Ma
per due volte in poche ore hanno gridato che in questa
Italia oppressiva prima ancora di essere repressiva,
che pretende di farli sentire diversi, inferiori, ospiti
indesiderati in ogni secondo della loro vita, che pretende
di sfruttarli sul lavoro e quando pagano l’affitto,
ma poi li pretende invisibili, e che non smette di discriminarli
e criminalizzarli neanche quando vengono ammazzati dagli
italiani, loro vogliono solo essere cittadini e non vogliono
più abbassare la testa.
A Castelvolturno la rabbia dei negri era dovuta ad un massacro di camorra, il
più grave causato dalla criminalità organizzata italiana da anni,
con quello di Duisburg nel 2007. Dopo la strage, oltre a dover piangere i loro
morti, avevano dovuto prendere atto che tutti erano stati già condannati
per direttissima dai media italiani: tutti delinquenti, tutti spacciatori. I
negri, anche quel 99% che si spezza la schiena da sole a sole nei campi di pomodori
per pochi spiccioli, sono tutti delinquenti.
Per i media (ma quando li processeremo davvero?) non c’è stato mai
dubbio: è stato un regolamento di conti. Come se la camorra fosse un giudice
infallibile, come se essere ammazzati dalla camorra equivalesse ad una sentenza
definitiva di condanna, come se le raffiche di AK dei casalesi confermassero
quello che gli italiani pensano da sempre: che tutti i negri sono delinquenti
e che se ne devono andare.
Tutto indica invece che i casalesi hanno sparato nel mucchio, un negro vale l’altro
per gli italiani e quindi un negro vale l’altro anche per i casalesi. Ci
stupiamo? Ma se il clan camorristico dei casalesi ha davvero sparato nel mucchio,
per dare una lezione ai negri, uccidendo il giusto per il peccatore, allora quella
di Castelvorturno non è (solo) una strage di camorra: è la prima
strage di razzismo in Italia. Sei negri ammazzati in quanto tali perché se
ne vadano tutti, come quando i neonazisti tedeschi danno fuoco agli ostelli.
E il paradosso è che quei ragazzi neri di Castelvolturno che bruciano
cassonetti per chiedere giustizia, per gridare l’innocenza dei loro amici,
lo fanno anche per sostituirsi agli italiani che hanno rinunciato ad esigere
rispetto e giustizia. Non vogliono i negri i cittadini di Castelvolturno ma abbassano
la testa di fronte al camorrista. Come successe con gli ebrei, se la prendono
con il negro, il male che ritengono esogeno, perché non hanno la forza
di prendersela con quello endogeno, la camorra. E allora sono i negri, i delinquenti,
i clandestini, a chiedere più Stato. Si fanno domande semplici, ma sono
quelle che gli italiani non sanno più farsi: dov’è lo Stato
a Castelvolturno? Perché lo Stato lascia il territorio nelle mani della
camorra? Perchè non abbiamo diritti? Quale percorso di integrazione ci
offre l’Italia? A chi conviene farci rimanere clandestini? Perché dobbiamo
lavorare, vivere e morire così?
A Milano, per uno dei più efferati omicidi da decenni, un ragazzino afroitaliano
con la pelle nera massacrato a sprangate da due commercianti, il processo è simile.
Era un ladruncolo Abba, aveva rubato dei biscotti dicono gli assassini, come
se fosse un’attenuante. Era un ladruncolo, aveva rubato dei biscotti, ripetono
come pappagalli i giornali e i tigì senza professionalità, né etica,
né decoro, né vergogna.
E devi perdere tempo a spiegare che quella è solo la versione degli assassini
e devi perdere tempo a spiegare che i giornali sono falsi, tendenziosi, infamanti
e pericolosi a dare la versione degli assassini come oro colato. E devi perdere
tempo a spiegare che mentre dei biscotti rubati non vi è conferma ed è sempre
più solo la versione degli assassini, le telecamere confermano la metodicità della
barbarie: decine di metodiche sprangate fino a lasciare esanime quel ragazzino
dalla pelle nera. Altro che rissa, altro che biscotti, altro che un solo colpo
partito alla cieca, come hanno cercato di farci credere: quello di Abba è stato
un metodico omicidio di bianchi accecati dall’odio razziale.
E deve proprio ribollirti il sangue a 18 anni se ti ammazzano un amico a sprangate
e poi cercano pure di farlo passare per un delinquente. Delinquente come tutti
i negri. Tornino a casa loro. E allora eccoli quei negri milanesi, italiani di
seconda generazione, afroitaliani ovvero cittadini ma di serie B, come quelli
della banlieu francese. “Bianchi bastardi” gridano per la prima volta,
ma soprattutto gridano “italiani ignoranti” ed è un flash
in faccia che ci fotografa come paese. E quel flash ci fotografa con gli occhi
rossi; di odio. Italiani ignoranti, sempre più instupiditi dalla propaganda
della paura e dell’odio, obbligati a cercarsi un nemico al quale dare la
colpa di una vita e di un paese grigio e arretrato. “Italiani ignoranti”,
lo gridano con l’accento milanese. Gridano che sono italiani come noi ma
che sono esasperati di essere guardati male ogni volta che scendono in strada,
ogni volta che vanno a fare la spesa e si vedono sospettati come ladri, ogni
volta che vogliono andare a divertirsi e vengono trattati come abusivi.
Anche gli afroitaliani milanesi vogliono solo che vengano rispettati i loro diritti.
Come gli immigrati di Castelvolturno vogliono solo essere trattati come cittadini.
In quei cassonetti bruciati e in quel “italiani ignoranti”, in questo
scendere in piazza che per la prima volta si fa aggressivo, c’è anche
una presa di coscienza classica. Hanno capito che nulla gli sarà concesso,
che tutto dovrà essere conquistato con la lotta, come nulla è stato
concesso e tutto conquistato in 180 anni di storia del movimento operaio. Gli
afroitaliani hanno capito che devono conquistarsi il loro posto di cittadini
e sono disposti a lottare. Hanno capito che è la battaglia di civiltà più importante,
e hanno capito quello che gli italiani hanno dimenticato: che solo in un paese
che progredisce e che si apre e non in uno che regredisce e si chiude, c’è futuro.
Sono gli afroitaliani, e se fossero anche la parte sana di questo paese?
* Chi scrive usa il termine negro per scelta,
proprio perché discriminatorio, proprio perché strida
anche a quelli che si sentono la coscienza a posto solo
per elidere una “g”.
Gennaro Carotenuto
www.gennarocaro.it |