Saviano,
lettera a Gomorra tra killer e omertà
Il grido d'accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno
"
Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro
impegno?"
di ROBERTO SAVIANO
Un segnale stradale a Casal di Principe
I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un'anima.
O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo,
Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando
avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal
boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria.
Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano
di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate
e feroci terre d'Europa. Se la racconteranno così.
Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni
Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in
realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare.
Per ammazzare svuotano caricatori all'impazzata, per caricarsi
si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka.
Sparano a persone disarmate, colte all'improvviso o prese alle
spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi
a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo
inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli
alle spalle.
E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai
mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando
soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse.
Com'è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede,
come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate
voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate
al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o
vi basta dire, "così è sempre stato e sempre
sarà così"?
Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende
dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti
hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita
quotidiana e nient'altro. Vi bastano queste risposte per farvi
andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono
una persona onesta" per farvi sentire innocenti? Lasciarvi
passare le notizie sulla pelle e sull'anima. Tanto è sempre
stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti,
giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli?
Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non
felici ma in pace? Vi basta veramente?
Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi
altro paese la libertà d'azione di un simile branco di assassini
avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece
qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato
una delle province del buco del culo d'Italia. E quindi gli inquirenti,
i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende,
restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale,
sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono
poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della
Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco
da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono
come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.
Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso
le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone.
Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex
fedelissimo di Cicciotto e' mezzanotte.
Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure
dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito
a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono
a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne
Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello
si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta,
ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere
nel mirino, non se l'aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi
mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima
di aprire l'autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio
alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal
di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione:
può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.
Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica
di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l'unico
dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato
l'unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte
contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca
colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque
anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti,
pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata
lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti
della Dia.
Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo
pranzo sta per andare al "Roxy bar", uccidono Michele
Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l'anno
prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando
gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente
che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti
dello Stato. Ma non fa fermare i killer.
L'11 luglio uccidono al Lido "La Fiorente" di Varcaturo
Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare
e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere
anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano
a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti
ai tavoli all'aperto del "Bar Kubana" e, probabilmente,
il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al "Bar
Freedom" di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano
con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano
nei cantieri come muratori e imbianchini.
Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta
di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si
batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo
gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.
Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo
ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione
ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare.
Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato
ucciso perché testimone.
Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare
di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d'ora dopo aprono
un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli
africani riuniti dentro e davanti la sartoria "Ob Ob Exotic
Fashion" di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni,
e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni,
liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi,
mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni,
anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che
fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano
duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.
Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico
con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante
tutto, neanche se n'è parlato. Neanche si era a conoscenza
da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo,
che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda
e domina senza contrasto.
Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto
tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere
più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi
nessuno ha informato l'opinione pubblica che girava questa "paranza
di fuoco". Paranza, come le barche che escono a pescare insieme
in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno
fatto strage a Castel Volturno.
Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se
cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno
che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con
le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno
li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi
d'alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.
Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte
dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere
degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono
trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano
più alle hometown dell'Africa che al luogo di turismo balneare
per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il
luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella
abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.
Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che
abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete
marittime del Mediterraneo. Abusivo l'ospedale, abusiva la caserma
dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad
abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono,
il territorio cadde nell'abbandono più totale e divenne
tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio
della mafia nigeriana.
I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva
allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico
internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime,
capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso
i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso
questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno
transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le
tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto
il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint
venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi.
Così come lo è la mafia albanese, con la quale i
Casalesi sono in affari.
E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto
come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco
che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei
pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di
africani - e fra questi nessuno viene dalla Nigeria - colpiscono
gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali.
Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire
non dev'esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.
I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti "trafficanti" come
furono "camorristi" Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale,
ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano
fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato
del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.
Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza
di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con
i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani,
era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani.
Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano,
pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in
territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore,
e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di
una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure
approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre
dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco "Sandokan" Schiavone.
Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare
una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.
Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé.
Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che
in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici
che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni
della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan.
A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che
cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del
mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma
sono sempre più sole.
Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo
Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve
li sognate questi luoghi? Non c'è stata mai così tanta
attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto
e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che
comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine
e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa
dove sono. Il primo è a San Cipriano d'Aversa, il secondo
a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra,
possibile che non si riesca a scovarli?
È
storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo
e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che
ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali
e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno
arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì.
Passeggiano, parlano, incontrano persone.
Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me.
Saviano merda. Saviano verme. E un'enorme bara con il mio nome.
E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente
e banale: "Quello s'è fatto i soldi". Col mio
lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi
gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si
fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno
le strade asfaltate?
Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in
una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno
imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare
fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all'84%
per cento? Soldi veri che generano, secondo l'Osservatorio epidemiologico
campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all'anno in Campania.
E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le
mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti
gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano
a denunciare? Com'è possibile che si crei un tale capovolgimento
di prospettive? Com'è possibile che anche persone oneste
si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte
a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al
punto che fatico a trovare la mia voce.
Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l'ostilità porta
a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che
cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere
schiacciata tra l'arroganza dei forti e la codardia dei deboli?
Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il
mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così,
da quando ho la scorta, un po' nervoso, un po' triste e soprattutto
solo.
Penso che non potrò mai più passarne uno normale
nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede.
Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati,
snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro
anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una
voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai
rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa
condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare
a molti.
Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano,
penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato
il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione,
lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata
dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla
loro mediocrità. Perché non c'era stata solidarietà per
il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha
solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi
con il magro stipendio che le dà lo stato.
Cos'ha fatto Carmelina, cos'hanno fatto altri come lei per avere
la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano
a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo
alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far
finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative
di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe
di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della
marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta
nei bar deve avere l'autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro
pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche
più prestigiose di pentole)?
Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare
i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare
alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri
commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza
dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c'è perdita, perché gran
parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio
con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme
uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo
nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino
ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi?
E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli,
perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno
dei loro padri.
E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare
e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c'è ordine,
che almeno c'è lavoro, e che basta non grattare, non alzare
il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che
basta fare questo e nella nostra terra si è già nel
migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell'unico mondo
possibile sicuramente.
Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere
i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri
che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi,
a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati,
a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una
vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a
voi c'è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia
e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi?
Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile
che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno
che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e
di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia
che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco
di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.
La Calabria ha il Pil più basso d'Italia ma "Cosa Nuova",
ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera
manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma
a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire
il più grande aeroporto italiano, il più vasto del
Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali
senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro,
profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.
Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui
eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi
singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi
che interpretano il ruolo della società civile. E il resto?
Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La
paura. L'alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in
suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita
innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.
Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe
agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l'isolamento.
Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che
crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza,
erode, lentamente manda in rovina.
"
Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle
di un unico bambino maltrattato?", domanda Ivan Karamazov
a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete
solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile,
il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che
vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite
a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che
prezzo?
Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un'altra
volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto
vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli
sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere
un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche
saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto
questo forse vi renderete conto che non c'è riparo, che
non esiste nessun ambito protetto, e che l'atteggiamento che pensavate
realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l'anima di
un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.
Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora
più triste è l'abitudine. Abituarsi che non ci sia
null'altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo
alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere.
Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto
di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi
libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel
che è invece opera degli uomini.
Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato,
portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa,
scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto
intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza
e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto,
non è per niente naturale, far sottostare un territorio
al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E
che non deve andare avanti così perché così è sempre
stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre
uguale, ma è sempre peggio.
Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro
affari, perché è irreversibile come la terra una
volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori
si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere
e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono
loro l'immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste
terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro.
Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.
Copyright 2008
by Roberto Saviano
Published by arrangement of Roberto Santachiara Literary Agency
Fonte: www.repubblica.it
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