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Storie - 16.03.2007

Station Piscinola. Francesca, i suoi figli, la sua lotta
La difficile esistenza di Francesca, sei figli, tre dei quali in carcere, accusati dell’omicidio dell’edicolante Buglione. Una istanza di sfratto esecutivo. Una vita sempre in lotta.

La moderna metropolitana ti porta in mezz’ora da piazza Dante fino a Piscinola, un quartiere adiacente a Scampia di Secondigliano. Ogni stazione porta la firma di un artista famoso: una ha le sculture di Kounellis, un'altra di De Maria, di Pistoletto, di Alfano ma viaggiando verso Piscinola già tre quattro stazioni prima l’arte scompare. Così come scompaiono i viaggiatori. Scendono quasi tutti e restiamo in pochi . Tre ragazzi da una parte che hanno l’aspetto di tossicodipendenti, altre donne sono certamente dall’aspetto straniere, faranno le colf da quale parte, qualche anziano. Le stazioni hanno perso improvvisamente la propria arte , ed al suo posto si cominciano a vedere , dai moderni vagoni della metropolitana gli alti palazzoni intensamente abitati della periferia napoletana. “Station Piscinola” ti avverte una bella voce da un altoparlante ed i pochi rimasti in metro scendiamo nella modernissima

stazione. Sentirti dire Piscinola in inglese fa un certo effetto. La metropolitana spacca in due i due quartieri. Se esci a destra vai a Piscinola se esci a sinistra a Scampia. Per raggiungere l’abitazione di Francesca mi addentro in un dedalo di viuzze. Spazi vuoti lasciati dai palazzoni, più che strade vere e proprie. Attraverso una modernissima stazione dei carabinieri, ma fuori non c’è nessuna guardia. Non si incontra nessuno fra queste viuzze. Eppure sono le 10 del mattino. Ogni tanto qualcuno si affaccia da qualche balcone e mi guarda con curiosità. Giungo infine al numero che mi è stato detto. Supero un grande cancello ed entro in un enorme cortile, al centro di una serie di palazzi. Molte le auto parcheggiate. Dei gruppetti di ragazzi mi guardano da lontano. Con il mio eskimo anni 70 ho forse anch’io l’aspetto di un tossicodipendente e mi guardano con poco sospetto. Nelle rampe di scale di questi palazzi si vende liberamente eroina e cocaina come se si fosse in un mercato rionale. Ed il traffico delle auto piene di giovani è solo per l’acquisto di droga. Arrivo al portone di Francesca. Finalmente. Mi è sembrato di esser passato da un girone dell’inferno o del purgatorio. Ora mi sento al sicuro anche se pensavo intensamente a come me ne sarei ritornato verso la metropolitana. La casa di Francesca è una casa popolare ottenuta circa venti anni fa . Una casa dignitosa fatta da gente che ha sempre lavorato nella propria vita. Gente che finisce ad essere accomunata da un unico destino. Gente che avrebbe bisogno di continua assistenza di medici, psicologi, sociologi. Ed invece è abbandonata a se stessa. Molti bambini non proseguono la scuola e nessuno si interessa di capirne i motivi. Francesca non è di Piscinola, è nata a Spezzano Albanese in provincia di Cosenza. Il padre e la madre sono dei rom. A Spezzano quando vi giunsero chissà da dove non si trovarono bene. Fa sempre freddo in quel paese di montagna e si lavora poco. Negli anni 50 decidono di trasferirsi in un altro paesino della Calabria. A Diamante sul Tirreno. Altri parenti loro sono stati ben accolti dalla popolazione e pensano di ricominciare una nuova vita in questo posto. Il padre di Francesca è un bravo artigiano, sa lavorare come pochi l’alluminio e il rame, e l’estate a Diamante cominciano ad affacciarsi i primi turisti che comprano ben volentieri questi lavori artigianali oramai scomparsi in gran parte d’Italia. Trovano una piccola casa e cominciano anche ad arrivare figli in continuazione. Il padre si ferma a ben 9 figli. Cinque maschi e quattro femmine. Francesca è la seconda della serie. A Diamante Francesca si trova bene. La popolazione ha ben accettato i nuclei rom provenienti da Spezzano e tutti i bambini cominciano anche un processo di scolarizzazione molto importante. Lei frequenta la scuola fino all’età di 16 anni. Potrebbe continuare, ne ha le capacità, ma conosce Giovanni il suo futuro marito, giunto a Diamante per un lavoro. E’ amore a prima vista. Si piacciono, si amano, chiedono il permesso ai genitori, si sposano. Francesca va via da Diamante e segue il marito a Napoli. Prima a Miano, poi a Ischitella infine a Piscinola. Anche Francesca si dà da fare per mettere su una famiglia e raggiunge la quota di ben sei figli. Una piccola, Katia, all’età di sei anni muore per una leucemia. Quattro anni è stata ricoverata al Cardarelli fino alla sua morte. Quattro anni che la madre Francesca ha seguito ininterrottamente. Giovanni, il marito di Francesca ha sempre fatto lo stuccatore e si guadagna da vivere con piccoli lavoretti, che gli consentono di poter vivere e mantenere la famiglia molto numerosa. Cinque figli, Pasquale il primo è convivente ed ha avuto da pochi mesi una figlioletta, Antonio, Diego, Katia la più piccola, Carmela che ha tre figli. Proprio quest’ultima ha oggi dei problemi con il Comune. Ha occupato un piccolo spazio nell’androne del portone, che il papà circa sei anni fa ha trasformato in un mini appartamento. Dopo sei anni i vigili urbani si sono accorti di questo “abuso” e vogliono ora abbatterlo. Lei ha un grave handicap, è totalmente sorda e cresce con difficoltà, da sola, i suoi tre figli, dove dovrebbe andare se le venisse sequestrato il suo appartamento? Mentre parliamo, nella bella casa di Francesca, lei e la madre guardano sempre verso l’ingresso per vedere se i vigili arrivano. Si barricheranno dentro hanno detto, ma quel posto non lo lasceranno almeno fino a quando il comune non troverà per Carmela e di suoi piccoli tre figli una nuova sistemazione. Francesca mi racconta questa storia con una forte dose di rabbia e convinzione, e ripete sempre che per campare è questo che bisogna fare. E’ la legge della sopravvivenza. Qui nessun ti aiuta, né li ha mai aiutati. Darsi da fare per sopravvivere e non avere mai paura di niente. Così come non ha avuto paura quella notte del 17 settembre del 2006 quando un esercito di carabinieri ha bussato alla sua porta. Volevano i suoi tre figli. Antonio e Diego che dormivano da lei, e Pasquale che invece era dai suoi suoceri. Pasquale aveva già conosciuto il carcere. Era stato arrestato all’età di 21 anni per rapina, insieme ad un suo cugino. Era stato condannato a sei ani di carcere. Carcere che si era fatto tutto. Carcere duro per due anni a Poggioreale e poi allontanato dai suoi familiari e mandato, chissà con quale logica, a Brucoli in Sicilia, un bel paesino turistico, fra Siracusa e Catania. Qui Pasquale ha trascorso ben 4 anni di carcere. La madre ha potuto fargli visita solo due volte. Il prezzo del biglietto del viaggio era sempre caro e accudire gli altri quattro figli non le consentiva di avere tempo disponibile. Dopo sei anni di carcere Pasquale decide di cambiare vita. Chiede lavoro ai genitori della sua ragazza che gestiscono una piccola fabbrica con 40 operai, decide di vivere con la propria ragazza e di aver un figlio. Ora ha la testa a posto dice a sua madre e non vuole sapere più niente di niente. La sera si ritira presto, non frequenta più le vecchie amicizie e la mattina si alza sempre presto per andare al lavoro. Diego è minorenne, ha solo 18 anni. Ha avuto una sola passione nella sua vita. I motorini. E per questa sua passione ha pagato con qualche mese di carcere per furto. Antonio ha 21 anni non ha mai avuto a che fare con la legge. Fino alla terza media è stato a Diamante dai nonni. Poi si è voluto ritirare dalla scuola ed è ritornato a Napoli dai genitori. Si è sempre arrangiato con piccoli lavoretti o aiutando qualche volta il padre. Ha lavorato anche a Milano da un suo zio e poi è sempre ritornato dalla madre. Francesca, dice che è troppo affezionato a lei e non riesce a starle troppo lontano. Gli piace stare con la famiglia, con i nipoti. Dai racconti dei fratelli, Diego sa cosa sia la dura vita del carcere e non intende per nessuna ragione provarlo. Ma quel giorno la loro vita viene completamente stravolta. Non si tratta del solito motorino rubato. Questa volta vicino alla rapina c’è un omicidio. L’omicidio dell’edicolante Buglione avvenuto la sera del 4 settembre del 2006. Per la cronaca Salvatore Buglione, 51 anni, dipendente comunale quella sera era andato ad aiutare la moglie a chiudere la loro piccola attività in via Pietro Castellino nella zona collinare di Napoli. I rapinatori giungono sul luogo con una Polo Blu. Scendono tutti dall’auto e affrontano subito Buglione il quale nella colluttazione riceve la coltellata al petto da uno degli aggressori. Il fatto inquietante è che qualche giorno prima la polizia aveva ricevuto una telefonata anonima che avvertiva di questa rapina. Sembra che i quattro aggressori abbiano fatto un sopralluogo. Che qualcuno di loro avesse anche acquistato un giornale per scrutare dentro l’edicola e che la polizia avvertita della rapina fosse arrivata all’edicola ma i quattro giovani erano già andati via. Perché nessuno ha pensato di tenere sotto controllo per qualche giorno l’edicola? Le indagini dopo l’omicidio portano subito ad un giovane abitante nello stesso quartiere dei fratelli Palma. Il giovane si chiama Domenico D’Andrea, ha 23 anni. Da tutti è conosciuto con il soprannome di “Pippotto”. La casa di “Pippotto” sta proprio davanti la casa dei Palma. E’ alla fine del cortile. Affacciandomi dal balcone della casa, Francesca me la indica. “i miei figli non si frequentavano con Pippotto”. Mi dice Francesca. Caratteri troppo diversi e poi questo Pippotto era sempre in galera. Appena arrestato “Pippotto” confessa subito. Una strana confessione dice Francesca, che per molti anni è stata amica della madre. Ora non si salutano più. Ma Francesca ha parole di compassione anche per Pippotto. Lo avranno trattato in Questura così come hanno trattato i miei figli, mi dice. Pippotto, confessa di essere stato l’autista del gruppetto e di aver portato lui i tre fratelli Palma davanti all’edicola. Dopo la confessione di Pippotto scattano le manette per i tre fratelli Palma. Sono condotti tutti nella caserma di via Medina e qui secondo i tre fratelli subiscono duri pestaggi da parte dei poliziotti. Antonio Palma scrive il 27 ottobre ad un quotidiano di Napoli descrivendo questi pestaggi. Ma ancora di più ne parla con la mamma Francesca al suo primo colloquio. E’ stato terribile ha detto mamma Francesca ascoltare dal proprio figlio le torture subite. E’ stato legato ad una sedia con le mani ed i piedi, e preso a schiaffi ed a pugni. Poi gli sono state offerte delle sigarette e della birra e della pizza. Antonio era completamente stravolto. E’ certo di essere stato drogato e non ricorda niente di cosa ha detto e sottoscritto. Si è interessato del caso l’on indipendente di Rifondazione Francesco Caruso che ha interessato il governo ed il ministero dell’Interno con un interrogazione parlamentare. Caruso chiede che si faccia una verifica su quanto detto da Antonio Palma. Una verifica che tolga ogni dubbio alla famiglia su quanto sia successo quella notte ai propri figli. Una verità che possa aggiungersi alla verità su chi ha veramente ucciso un giovane edicolante che non meritava certamente di morire per difendere le poche lire guadagnate dopo una giornata di duro lavoro come è quello dell’edicolante. L’opinione pubblica ora si è tranquillizzata. Gli assassini sono stati presi, ma i tre fratelli Palma urlano dalla loro cella la propria innocenza. Diego aspetta il rito abbreviato condizionato che avverrà il prossimo 10 maggio, mentre il processo ad Antonio e Pasquale inizierà il 10 aprile. Francesca dimostra di avere fiducia nella giustizia. Crede che nei due processi le varie contraddizioni e parti oscure del caso si riveleranno per arrivare alla verità. Ma nel contempo ha paura. Mi mostra una lettera scritta da Pasquale rinchiuso nel carcere di Poggioreale a Diego rinchiuso nel carcere minorile di Airola. “Caro Diego, qui siamo incastrati. Di al tuo avvocato che bisogna far di tutto per ritrovare quella macchina che usarono i vecchi killer. Lì c’è la prova della nostra estraneità. Se non riusciamo a dimostrare la nostra innocenza io trent’anni di carcere non me li farò da innocente e ho deciso di uccidermi “. Saluto Francesca e ritorno ancora in quel cortile. Dalle case, da quel degrado esterno si capisce quanto lavoro sociale ci sarebbe da fare fra questa gente costretta a vivere come topi. Ci sarebbe bisogno di una guerra, dell’invio di un esercito. Un esercito fatto di persone che portano lavoro, speranza, unità, solidarietà, aiuto vero e materiale perché nessuno di questi giovani cada nella trappola dello spaccio, della tossicodipendenza, dell’acquiescienza alla camorra. Il resto quello che ci dicono i politici attraverso le Tv di stato sono solo chiacchiere dettate dalla politica e dalla realtà virtuale che essi vivono. La realtà quella vera è nelle parole di questa mamma, di Francesca che appena apre gli occhi ogni giorno, ogni santo giorno deve cominciare a lottare da sola nella giungla di Piscinola.

Francesco Cirillo

 

   

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