stazione. Sentirti dire Piscinola
in inglese fa un certo effetto. La metropolitana spacca
in due i due quartieri. Se esci a destra vai a Piscinola
se esci a sinistra a Scampia. Per raggiungere l’abitazione
di Francesca mi addentro in un dedalo di viuzze. Spazi
vuoti lasciati dai palazzoni, più che strade vere
e proprie. Attraverso una modernissima stazione dei carabinieri,
ma fuori non c’è nessuna guardia. Non si
incontra nessuno fra queste viuzze. Eppure sono le 10
del mattino. Ogni tanto qualcuno si affaccia da qualche
balcone e mi guarda con curiosità. Giungo infine
al numero che mi è stato detto. Supero un grande
cancello ed entro in un enorme cortile, al centro di
una serie di palazzi. Molte le auto parcheggiate. Dei
gruppetti di ragazzi mi guardano da lontano. Con il mio
eskimo anni 70 ho forse anch’io l’aspetto
di un tossicodipendente e mi guardano con poco sospetto.
Nelle rampe di scale di questi palazzi si vende liberamente
eroina e cocaina come se si fosse in un mercato rionale.
Ed il traffico delle auto piene di giovani è solo
per l’acquisto di droga. Arrivo al portone di Francesca.
Finalmente. Mi è sembrato di esser passato da
un girone dell’inferno o del purgatorio. Ora mi
sento al sicuro anche se pensavo intensamente a come
me ne sarei ritornato verso la metropolitana. La casa
di Francesca è una casa popolare ottenuta circa
venti anni fa . Una casa dignitosa fatta da gente che
ha sempre lavorato nella propria vita. Gente che finisce
ad essere accomunata da un unico destino. Gente che avrebbe
bisogno di continua assistenza di medici, psicologi,
sociologi. Ed invece è abbandonata a se stessa.
Molti bambini non proseguono la scuola e nessuno si interessa
di capirne i motivi. Francesca non è di Piscinola, è nata
a Spezzano Albanese in provincia di Cosenza. Il padre
e la madre sono dei rom. A Spezzano quando vi giunsero
chissà da dove non si trovarono bene. Fa sempre
freddo in quel paese di montagna e si lavora poco. Negli
anni 50 decidono di trasferirsi in un altro paesino della
Calabria. A Diamante sul Tirreno. Altri parenti loro
sono stati ben accolti dalla popolazione e pensano di
ricominciare una nuova vita in questo posto. Il padre
di Francesca è un bravo artigiano, sa lavorare
come pochi l’alluminio e il rame, e l’estate
a Diamante cominciano ad affacciarsi i primi turisti
che comprano ben volentieri questi lavori artigianali
oramai scomparsi in gran parte d’Italia. Trovano
una piccola casa e cominciano anche ad arrivare figli
in continuazione. Il padre si ferma a ben 9 figli. Cinque
maschi e quattro femmine. Francesca è la seconda
della serie. A Diamante Francesca si trova bene. La popolazione
ha ben accettato i nuclei rom provenienti da Spezzano
e tutti i bambini cominciano anche un processo di scolarizzazione
molto importante. Lei frequenta la scuola fino all’età di
16 anni. Potrebbe continuare, ne ha le capacità,
ma conosce Giovanni il suo futuro marito, giunto a Diamante
per un lavoro. E’ amore a prima vista. Si piacciono,
si amano, chiedono il permesso ai genitori, si sposano.
Francesca va via da Diamante e segue il marito a Napoli.
Prima a Miano, poi a Ischitella infine a Piscinola. Anche
Francesca si dà da fare per mettere su una famiglia
e raggiunge la quota di ben sei figli. Una piccola, Katia,
all’età di sei anni muore per una leucemia.
Quattro anni è stata ricoverata al Cardarelli
fino alla sua morte. Quattro anni che la madre Francesca
ha seguito ininterrottamente. Giovanni, il marito di
Francesca ha sempre fatto lo stuccatore e si guadagna
da vivere con piccoli lavoretti, che gli consentono di
poter vivere e mantenere la famiglia molto numerosa.
Cinque figli, Pasquale il primo è convivente ed
ha avuto da pochi mesi una figlioletta, Antonio, Diego,
Katia la più piccola, Carmela che ha tre figli.
Proprio quest’ultima ha oggi dei problemi con il
Comune. Ha occupato un piccolo spazio nell’androne
del portone, che il papà circa sei anni fa ha
trasformato in un mini appartamento. Dopo sei anni i
vigili urbani si sono accorti di questo “abuso” e
vogliono ora abbatterlo. Lei ha un grave handicap, è totalmente
sorda e cresce con difficoltà, da sola, i suoi
tre figli, dove dovrebbe andare se le venisse sequestrato
il suo appartamento? Mentre parliamo, nella bella casa
di Francesca, lei e la madre guardano sempre verso l’ingresso
per vedere se i vigili arrivano. Si barricheranno dentro
hanno detto, ma quel posto non lo lasceranno almeno fino
a quando il comune non troverà per Carmela e di
suoi piccoli tre figli una nuova sistemazione. Francesca
mi racconta questa storia con una forte dose di rabbia
e convinzione, e ripete sempre che per campare è questo
che bisogna fare. E’ la legge della sopravvivenza.
Qui nessun ti aiuta, né li ha mai aiutati. Darsi
da fare per sopravvivere e non avere mai paura di niente.
Così come non ha avuto paura quella notte del
17 settembre del 2006 quando un esercito di carabinieri
ha bussato alla sua porta. Volevano i suoi tre figli.
Antonio e Diego che dormivano da lei, e Pasquale che
invece era dai suoi suoceri. Pasquale aveva già conosciuto
il carcere. Era stato arrestato all’età di
21 anni per rapina, insieme ad un suo cugino. Era stato
condannato a sei ani di carcere. Carcere che si era fatto
tutto. Carcere duro per due anni a Poggioreale e poi
allontanato dai suoi familiari e mandato, chissà con
quale logica, a Brucoli in Sicilia, un bel paesino turistico,
fra Siracusa e Catania. Qui Pasquale ha trascorso ben
4 anni di carcere. La madre ha potuto fargli visita solo
due volte. Il prezzo del biglietto del viaggio era sempre
caro e accudire gli altri quattro figli non le consentiva
di avere tempo disponibile. Dopo sei anni di carcere
Pasquale decide di cambiare vita. Chiede lavoro ai genitori
della sua ragazza che gestiscono una piccola fabbrica
con 40 operai, decide di vivere con la propria ragazza
e di aver un figlio. Ora ha la testa a posto dice a sua
madre e non vuole sapere più niente di niente.
La sera si ritira presto, non frequenta più le
vecchie amicizie e la mattina si alza sempre presto per
andare al lavoro. Diego è minorenne, ha solo 18
anni. Ha avuto una sola passione nella sua vita. I motorini.
E per questa sua passione ha pagato con qualche mese
di carcere per furto. Antonio ha 21 anni non ha mai avuto
a che fare con la legge. Fino alla terza media è stato
a Diamante dai nonni. Poi si è voluto ritirare
dalla scuola ed è ritornato a Napoli dai genitori.
Si è sempre arrangiato con piccoli lavoretti o
aiutando qualche volta il padre. Ha lavorato anche a
Milano da un suo zio e poi è sempre ritornato
dalla madre. Francesca, dice che è troppo affezionato
a lei e non riesce a starle troppo lontano. Gli piace
stare con la famiglia, con i nipoti. Dai racconti dei
fratelli, Diego sa cosa sia la dura vita del carcere
e non intende per nessuna ragione provarlo. Ma quel giorno
la loro vita viene completamente stravolta. Non si tratta
del solito motorino rubato. Questa volta vicino alla
rapina c’è un omicidio. L’omicidio
dell’edicolante Buglione avvenuto la sera del 4
settembre del 2006. Per la cronaca Salvatore Buglione,
51 anni, dipendente comunale quella sera era andato ad
aiutare la moglie a chiudere la loro piccola attività in
via Pietro Castellino nella zona collinare di Napoli.
I rapinatori giungono sul luogo con una Polo Blu. Scendono
tutti dall’auto e affrontano subito Buglione il
quale nella colluttazione riceve la coltellata al petto
da uno degli aggressori. Il fatto inquietante è che
qualche giorno prima la polizia aveva ricevuto una telefonata
anonima che avvertiva di questa rapina. Sembra che i
quattro aggressori abbiano fatto un sopralluogo. Che
qualcuno di loro avesse anche acquistato un giornale
per scrutare dentro l’edicola e che la polizia
avvertita della rapina fosse arrivata all’edicola
ma i quattro giovani erano già andati via. Perché nessuno
ha pensato di tenere sotto controllo per qualche giorno
l’edicola? Le indagini dopo l’omicidio portano
subito ad un giovane abitante nello stesso quartiere
dei fratelli Palma. Il giovane si chiama Domenico D’Andrea,
ha 23 anni. Da tutti è conosciuto con il soprannome
di “Pippotto”. La casa di “Pippotto” sta
proprio davanti la casa dei Palma. E’ alla fine
del cortile. Affacciandomi dal balcone della casa, Francesca
me la indica. “i miei figli non si frequentavano
con Pippotto”. Mi dice Francesca. Caratteri troppo
diversi e poi questo Pippotto era sempre in galera. Appena
arrestato “Pippotto” confessa subito. Una
strana confessione dice Francesca, che per molti anni è stata
amica della madre. Ora non si salutano più. Ma
Francesca ha parole di compassione anche per Pippotto.
Lo avranno trattato in Questura così come hanno
trattato i miei figli, mi dice. Pippotto, confessa di
essere stato l’autista del gruppetto e di aver
portato lui i tre fratelli Palma davanti all’edicola.
Dopo la confessione di Pippotto scattano le manette per
i tre fratelli Palma. Sono condotti tutti nella caserma
di via Medina e qui secondo i tre fratelli subiscono
duri pestaggi da parte dei poliziotti. Antonio Palma
scrive il 27 ottobre ad un quotidiano di Napoli descrivendo
questi pestaggi. Ma ancora di più ne parla con
la mamma Francesca al suo primo colloquio. E’ stato
terribile ha detto mamma Francesca ascoltare dal proprio
figlio le torture subite. E’ stato legato ad una
sedia con le mani ed i piedi, e preso a schiaffi ed a
pugni. Poi gli sono state offerte delle sigarette e della
birra e della pizza. Antonio era completamente stravolto.
E’ certo di essere stato drogato e non ricorda
niente di cosa ha detto e sottoscritto. Si è interessato
del caso l’on indipendente di Rifondazione Francesco
Caruso che ha interessato il governo ed il ministero
dell’Interno con un interrogazione parlamentare.
Caruso chiede che si faccia una verifica su quanto detto
da Antonio Palma. Una verifica che tolga ogni dubbio
alla famiglia su quanto sia successo quella notte ai
propri figli. Una verità che possa aggiungersi
alla verità su chi ha veramente ucciso un giovane
edicolante che non meritava certamente di morire per
difendere le poche lire guadagnate dopo una giornata
di duro lavoro come è quello dell’edicolante.
L’opinione pubblica ora si è tranquillizzata.
Gli assassini sono stati presi, ma i tre fratelli Palma
urlano dalla loro cella la propria innocenza. Diego aspetta
il rito abbreviato condizionato che avverrà il
prossimo 10 maggio, mentre il processo ad Antonio e Pasquale
inizierà il 10 aprile. Francesca dimostra di avere
fiducia nella giustizia. Crede che nei due processi le
varie contraddizioni e parti oscure del caso si riveleranno
per arrivare alla verità. Ma nel contempo ha paura.
Mi mostra una lettera scritta da Pasquale rinchiuso nel
carcere di Poggioreale a Diego rinchiuso nel carcere
minorile di Airola. “Caro Diego, qui siamo incastrati.
Di al tuo avvocato che bisogna far di tutto per ritrovare
quella macchina che usarono i vecchi killer. Lì c’è la
prova della nostra estraneità. Se non riusciamo
a dimostrare la nostra innocenza io trent’anni
di carcere non me li farò da innocente e ho deciso
di uccidermi “. Saluto Francesca e ritorno ancora
in quel cortile. Dalle case, da quel degrado esterno
si capisce quanto lavoro sociale ci sarebbe da fare fra
questa gente costretta a vivere come topi. Ci sarebbe
bisogno di una guerra, dell’invio di un esercito.
Un esercito fatto di persone che portano lavoro, speranza,
unità, solidarietà, aiuto vero e materiale
perché nessuno di questi giovani cada nella trappola
dello spaccio, della tossicodipendenza, dell’acquiescienza
alla camorra. Il resto quello che ci dicono i politici
attraverso le Tv di stato sono solo chiacchiere dettate
dalla politica e dalla realtà virtuale che essi
vivono. La realtà quella vera è nelle parole
di questa mamma, di Francesca che appena apre gli occhi
ogni giorno, ogni santo giorno deve cominciare a lottare
da sola nella giungla di Piscinola.
Francesco
Cirillo
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