disastro
colposo. Si tratta di un’analisi interna aziendale
della situazione politica italiana, un dossier scritto
in tedesco, in modo da non essere immediatamente fruibile
da indiscreti occhi italiani, che meglio di ogni altra
testimonianza, metterebbe in evidenza l’atteggiamento
sprezzante e privo di scrupoli del board della casa madre
delle acciaierie di Essen rispetto alla gestione della
situazione dopo l’incidente di Torino.
Nella nota, secondo quanto emerso da indiscrezioni trapelate dalla Procura, si
analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste
- registrano i funzionari ThyssenKrupp - “una lunga tradizione sindacale
di stampo comunista” e dove, già negli anni precedenti alla tragedia,
le “condizioni ambientali” apparivano sfavorevoli al mantenimento
dell'attività produttiva. Non mancano i cenni remoti alla storia italiana
e torinese degli “anni di piombo”, nei quali chi firma l'analisi
ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista
siano state scritte proprio a Torino.
Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto
seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni
di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle
forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali
e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla Thyssen tedesca hanno evidentemente
richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi
decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto
relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.
Commenti che già nel tono fanno ben emergere la visione del lavoro di
stampo ottocentesco che permea queste figure manageriali di un’azienda
che, per storia antica ma mai sepolta (producevano i cannoni del Terzo Reich
e anche i Panzer), è sempre stata poco avvezza a relazioni umane paritarie
con i propri sottoposti. E, infatti, nel dossier trapela il profondo fastidio
dei vertici aziendali circa il modo in cui i media italiani enfatizzano la sopravvivenza
degli operai scampati al rogo della linea 5. I sopravvissuti e i compagni di
lavoro delle vittime “passano di televisione in televisione “ e vengono
rappresentati “come degli eroi”.
Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile
misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti
gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe
inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter
prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro, dopo un'attenta analisi
degli aspetti formali e delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine,
viene tracciato un affresco a tinte fosche della situazione politica italiana
in generale, facendo notare come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che
attraverserebbe comunque un periodo di “crisi”, possa trarre vantaggio
dall'estrema attenzione dei media sul rogo di Torino, che può esercitare,
se non altro, un ruolo di calamita capace di distrarre l'attenzione dei lettori
e dei telespettatori da altri e più urgenti problemi di politica interna.
Fin qui le poche righe di indiscrezioni che, anche da sole, hanno innescato una
valanga di proteste e commenti. Come quello del leader Fiom, Giorgio Cremaschi: “Sono
degli autentici mascalzoni – ha commentato – e tra le righe si intende
che si preparano ad intimidire i lavoratori che dovranno testimoniare in tribunale”. “Un
inquietante volta faccia dei vertici Thyssen – è stato invece il
commento a caldo del sindaco di Torino, Chiamparino – perché quando
l'Ad della Thyssen Italia, Harald Espenhahn, e altri suoi colleghi sono venuti
da me, hanno usato ben altre parole nei confronti della citta' e degli operai,
bisogna capire ora se i pensieri contenuti in questa nota rappresentato il parere
dell' azienda o di qualcuno in specifico.
I riferimenti su Torino e sulla storia democratica e sociale, disegnata come
una caricatura - ha concluso, con disappunto, Chiamparino - sono comunque ignoranti
e strumentali, e quelli sui lavoratori della Thyssen di Torino gravissimi'”.
Piu' duro Giorgio Airaudo, segretario cittadino Fiom: “Sappiano i vertici
Thyssen che questi lavoratori non saranno mai lasciati soli e che verranno difesi.
E' gravissimo che l'azienda possa dire certe cose e pensare a vendette nei confronti
dei suoi operai dopo averli esposti a rischi così pesanti''.
Inutile dire lo sconcerto e il rinnovato dolore che il ritrovamento di questo
documento ha destato negli operai della Thyssen: “Dopo il danno, la beffa
- ha commentato, con amarezza, Antonio Boccuzzi, un sopravvissuto - nessuno di
noi va di in tv in tv, come loro asseriscono, per cercare di diventare un divo;
vogliamo solo raccontare cosa non funzionò quella notte e cosa non funzionava
in quel periodo. Credo che sia ancora una volta una totale mancanza di sensibilità e
di umanità da parte dell'azienda. Non riesco a capire che tipo di provvedimenti
possano prendere perchè nessuno ha raccontato cose non vere”.
E nessuno, davvero nessuno in Italia, ha mai pensato il contrario. Al di là della
vergogna morale di queste parole e della inaccettabilità dei giudizi dell'azienda
sul clima politico esistente in Italia e dei riferimenti al terrorismo e alla
città di Torino, il documento porterebbe a confermare, come subito sottolineato
dalla Fiom, il rifiuto di ogni responsabilità aziendale sulla strage e
sarebbe, anzi, il tentativo di scaricare colpe sui lavoratori, addirittura minacciandoli
di provvedimenti disciplinari per danni all'immagine aziendale. Un eclatante
strategia intimidatoria, dunque, per far si che molti operai, preoccupati per
il posto di lavoro, facciano a meno di testimoniare in tribunale ciò che
sanno, che hanno visto e forse anche denunciato, inascoltati da padroni troppo
impegnati a sfruttarli per il miglio profitto al minimo costo.
Ma ciò che ci si aspetta adesso è un incisivo intervento del governo
presso il governo tedesco per avviare, come d’altra parte auspicano i sindacati, “una
radicale modifica dei comportamenti di ThyssenKrupp in Italia, comportamenti
che rappresentano un danno complessivo, oltre che per i lavoratori, per il sistema
industriale italiano”. E’ bene ricordare, infatti, che nel 2005 il
governo italiano intervenne, con congrue sovvenzioni per evitare che la Thyssen
desse seguito alla minaccia di abbandonare il polo di Terni per delocalizzare
la produzione in Cina. Alla fine di un’estenuante trattativa durante la
quale i vertici Thyssen si rimangiarono spesso la parola, il governo ottenne
il mantenimento dell’attività ternana a fronte della dismissione
di un solo ramo produttivo, ma furono sborsati migliaia di euro in cambio del
mantenimento dei posti di lavoro.
Insomma, la storia si ripete ancora. Ma, d’altra parte, come ci si può fidare
di un’azienda che non ha vergogna a portare un nome così tristemente
pesante nella storia dell’ultimo conflitto mondiale? Cannoni e Panzer del
Reich a parte, la storia della famiglia Thyssen è nota soprattutto per
un’altra vicenda, per un massacro. Per chi non lo ricordasse, nella primavera
del 45, quando per la Germania la guerra era oramai persa e le truppe russe erano
a 15 chilometri da Rechnitz, Margit von Batthyány , moglie del conte Ivan
Batthyány e primogenita di Heinrich Thyssen, delfino della dinastia industriale
tedesca, organizzò un ricevimento nel castello del paese, invitando trenta-quaranta
persone tra cui importanti personalità del partito nazista locale, delle
SS, della Gestapo e della gioventù hitleriana.
La festa fu accompagnata da ampie libagioni e durò fino all'alba. Per
offrire agli ospiti un "diversivo", intorno a mezzanotte duecento ebrei
in stato di denutrizione e valutati come inabili al lavoro vennero caricati su
camion e condotti al Kreuzstadel, un fienile raggiungibile a piedi dal castello.
Franz Podezin, un membro della Gestapo e del partito nazista locale, riunì in
una stanza del castello una quindicina di ospiti e, dopo aver consegnato loro
armi e munizioni, li invitò "uccidere un paio di ebrei". Le
vittime predestinate furono obbligate a svestirsi prima di essere uccise dagli
ospiti ubriachi della festa, che poi tornarono al castello e proseguirono i festeggiamenti
fino all'alba. All'indomani alcuni di loro si sarebbero addirittura vantati delle
loro atrocità, mentre le salme vennero interrate da quindici prigionieri
ebrei che erano stati risparmiati esclusivamente per questo lavoro. Questi ultimi
furono poi condotti al mattatoio comunale, dove vennero uccisi da Podezin e Joachim
Oldenburg, un membro locale del partito nazista.
Secondo lo storico Josef Hotwagner i russi arrivarono a Rechnitz nella notte
tra il 29 e il 30 marzo 1945, e nella stessa notte il castello dei Batthyány
fu distrutto dalle fiamme (anche se non è chiaro se furono i russi ad
appiccare il fuoco, oppure gli stessi nazisti nell'intento di occultare le prove
dell'eccidio). Nei giorni successivi il misfatto venne tuttavia alla luce: secondo
un rapporto redatto dalle autorità sovietiche, vennero trovate ventuno
fosse comuni, ciascuna misurante cinque metri per uno e contenente dalle dieci
alle dodici persone. I cadaveri erano stati finiti con colpi alla nuca o con
armi automatiche e presentavano, oltre ad un generale deperimento, molteplici
ematomi, segno di violenze subite immediatamente prima dell'uccisione.
Una storia atroce, vergognosa, che certo non ha nulla a che fare con gli attuali
dirigenti della Thyssen, il cui disprezzo per gli altri, soprattutto per i propri
operai, dimostra tuttavia un’impostazione ideologica difficile da scalfire,
nonostante il trascorrere del tempo e il giudizio della storia. Ma forse è anche
per questo se ancora oggi la lunga “tradizione sindacale di stampo comunista” torinese
a questa gente fa ancora così tanta paura.
di Giovanna Pavani
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