Bambini-soldato
A partire dal 1999 il Consiglio
di Sicurezza ONU ha dedicato attenzione al fenomeno dei bambini
assoldati da truppe
regolari e da movimenti di liberazione e coinvolti in vari conflitti,
emanando varie risoluzioni al riguardo: l'ultima, in ordine di
tempo, è la 1539, adottata il 22 aprile 2004.
In essa il Consiglio descrive (e condanna) le pratiche più ricorrenti
di cui i bambini possono rimanere vittime in zone dove sono in
atto conflitti armati: il reclutamento e l'utilizzo dei bambini
nel conflitto, l'uccisione e la mutilazione di bambini, stupri
e altre forme di violenza e sopraffazione (solitamente rivolte
in prevalenza verso bambine), rapimenti, diniego agli operatori
umanitari della possibilità di avvicinare i bambini per
aiutarli, attacchi armati contro scuole e ospedali; infine le forme
di traffico, di riduzione in schiavitù e di assoggettamento
a lavori forzati. Un'ampia casistica, dunque!
Occorre anche dire che nel febbraio 2000 vene emanato un Protocollo
Opzionale alla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia del 1989.
Il Protocollo, esaminando la situazione di coinvolgimento di bambini
in confitti armati, richiedeva agli stati-parti di fissare come
età minima per il reclutamento e la partecipazione alle
ostilità i diciotto anni; qualora ciò non fosse avvenuto,
esso richiedeva comunque agli stati-parti di adottare ogni misura
possibile per far sì che i minori di 18 anni non fossero
coinvolti direttamente in ostilità armate.
Il sito internet www.bambinisoldato.it offre interessanti indicazioni
sul fenomeno. Rammenta, ad esempio, che nel giugno 1998 si diede
vita, in ambito internazionale, a una coalizione per porre fine
all'utilizzo dei bambini-soldato. Ne facevano parte inizialmente
sei organizzazioni non governative: Amnesty International, Human
Rights Watch, Terre des Hommes, Save the Children, Jesuit Refugee
Serivce e l'Ufficio dei Quaccheri presso l'ONU. Ad esse se ne aggiunsero
in seguito altre, con l'intento di svolgere in comune al riguardo
campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e altresì di
presentare richieste alle istituzioni internazionali e agli stati.
Opportunamente si rammenta un rischio, spesso sottovalutato, che
corrono i bambini: allorché reclutati, essi sono considerati
legittimi bersagli di attacchi, allorché è in atto
un conflitto; frequenti sono, inoltre, gli abusi nei confronti
dei minori. La coalizione ha effettuato anche una ricerca, che
ha consentito di rilevare che oltre 300000 sono, nel mondo intero,
i minori di diciotto anni coinvolti attivamente in conflitti armati;
tenendo conto anche degli "arruolamenti", la cifra è ovviamente
superiore. Si riconosce, tuttavia, che le cifre possono essere
indicate soltanto approssimativamente.
Il problema è più intensamente avvertito in Africa
e in Asia. La coalizione ha anche rilevato che l'età del
reclutamento si è progressivamente abbassata, fino a toccare
i dieci anni. E' interessante l'analisi delle cause del fenomeno:
i minori vengono utilizzati come soldati allorché comincia
a scarseggiare la manodopera (in tal senso, il pericolo cresce
con l'allungarsi del conflitto: se ne è avuto un esempio
nella Repubblica Democratica del Congo); inoltre, sono ormai largamente
disponibili armi leggere, che anche bambini in tenera età,
accuratamente istruiti, sono in grado di montare e smontare, oltre
che di portare e utilizzare.
Occorre rilevare che a lungo la volontà della Comunità Internazionale
di porre argini al fenomeno è stata fiacca, ma dagli Anni
'90 la situazione è progressivamente cambiata: ora, ad esempio,
il reclutamento e l'impiego dei minori è considerato un
crimine di guerra, che rientra nella sfera giurisdizionale della
Corte Penale Internazionale; inoltre, la Convenzione 182 dell'Organizzazione
Internazionale Lavoro (ILO) considera reclutamento e impiego di
minori di diciotto anni in operazioni militari tra le forme peggiori
di sfruttamento del lavoro minorile.
Nella Repubblica Democratica del Congo il conflitto iniziato nel
1998 ha portato all'arruolamento coercitivo di almeno 20000 bambini,
nell'esercito regolare o in movimenti di guerriglia. Spesso quei
bambini sono stati costretti a compiere violente razzie nei villaggi.
Esempi simili non sono mancati in altri Paesi: dalla Sierra Leone
alla Liberia, dall'Uganda all'Angola. Occorre dire che per molti
bambini l'arruolamento, pur se forzato, ha costituito un modo per
sfuggire alla fame. Occorre infine evidenziare anche un aspetto
positivo: la nascita, su impulso di organizzazioni come l'UNICEF,
di progetti volti a conseguire la smobilitazione dei bambini-soldato
e il loro pur non facile reinserimento in attività scolastiche
o lavorative e nella società civile.
Giovanni Caputo
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