Una
delle cose che colpisce del documentario è che
ormai è diventato «naturale» che a
nuova discarica corrisponda la militarizzazione del territorio.
Peppe Ruggiero: L’esperienza del
passato ha dimostrato che qualsiasi cosa ha fatto lo
Stato in Campania per l’emergenza rifiuti è fallita.
Questa gestione ha portato complicazioni sia dal punto
di vista tecnologico, sia dal punto di vista sociale,
ma anche e soprattutto danni ambientali. Questa situazione
ha portato alla sfiducia dei cittadini, specialmente
dopo tredici anni di commissariamenti. L’errore
principale è stato quello di non avere mai cercato
la concertazione con la popolazione, che è quella
che subisce i danni in prima persona: le scelte, invece,
calano dall’alto, come con la militarizzazione
appunto.
Ancora oggi la scelta dei siti avviene senza che la popolazione sia ascoltata.
Pensiamo alle ultime dichiarazioni del prefetto Pansa, che dice che laddove
ci dovessero essere altre proteste lui userà la forza.
Esmeralda Calabria: è indubbio che ci sia una militarizzazione del territorio,
che è stata giustificata in nome della «risoluzione del problema».
Quello che fa impressione è che il concetto che si vuole fare passare è quello
che «si sta difendendo la proprietà dello Stato». Come se
la cosa non riguardasse noi tutti.
La chiamano «emergenza Campania»,
come se il problema di quel territorio dovesse rimanere «locale».
Nel documentario è forte il messaggio che questa «emergenza» è di
tutti, che ci riguarda da vicino.
Andrea D’Ambrosio: è chiaro
che la Campania è la punta dell’iceberg. È il
territorio più abbandonato, dove tutto sembra «normale».
Il problema riguarda però tutto il paese, perché i
prodotti agricoli campani contaminati dalla diossina
vanno a finire sulle tavole della Romagna, della Lombardia,
ad esempio. Abbiamo cercato di far venir fuori anche
il «connubio» tra nord e sud, attraverso
le intercettazioni telefoniche che testimoniano il traffico
illecito dei rifiuti e in cui si ascoltano diversi imprenditori
del nord che sversano i rifiuti delle loro industrie
nel territorio campano, ma non solo.
Come funziona il ciclo dei rifiuti tossici?
Partono tutti dal nord?
Peppe Ruggiero: Sono quasi tredici anni
che esiste, questo fenomeno, e nell’arco del tempo
sono cambiate sia le metodologie che le rotte. Ovviamente
la rotta principale è quella che va dal nord verso
il sud, cioè verso la Campania, che è la
parte terminale del ciclo.
Ma piano piano il fenomeno si sta allargando: Basilicata, Molise, Puglia, tutte
zone vicine alla Campania, con la Toscana che è diventata il centro
di smistamento. Oggi non c’è regione che non sia colpita dal traffico
illecito, tranne la Val D’Aosta. In più, si sta intensificando
una rotta interprovinciale, cioè all’interno della stessa regione.
Se prima zone come l’avellinese o il beneventano erano immuni da questo
fenomeno, le indagini della magistratura invece rivelano che sono state colpite.
Parlando con le persone che vivono
quotidianamente il problema dei rifiuti in Campania
vi siete fatti un’idea
di come si possa uscire da questa situazione?
Andrea D’Ambrosio: Ho la sensazione
che non se ne uscirà mai. Ovunque guardi non vedi
una via d’uscita. Questa è la mia opinione
personale.
Peppe Ruggiero: Questa è la sensazione che ognuno di noi ha parlando
con la gente. Penso che siamo arrivati a un impazzimento totale. Già continuare
a parlare di «emergenza» non ha senso. L’«emergenza» ha
un inizio e una fine. La fine dell’«emergenza» in Campania
scade il prossimo 31 dicembre, ma sicuramente ci sarà l’ennesima
proroga.
È un circolo vizioso, c’è la sfiducia della gente e la sfiducia
anche nella tecnologia, perché tutti gli impianti che sono stati costruiti
sono obsoleti. La stessa speranza nella raccolta differenziata è scemata,
quando la popolazione vede che il materiale raccolto viene buttato nello stesso
contenitore o nella stessa discarica. D’altra parte, però, non possiamo
rassegnarci e dire che una soluzione non c’è.
Esmeralda Calabria: è impossibile dire come si risolverà la situazione
in Campania senza pensare a come si risolverà in Italia. La Campania è lo
specchio di una mentalità e di un modo di governare italiano, per cui
nel momento in cui si fa un bando di gara e partecipano le più grosse
imprese e vince quella con l’offerta economica più bassa, ma anche
quella con l’esperienza tecnologica inferiore rispetto alle altre, capisci
che non si vuol fare il bene della comunità.
Nel documentario c’è una frase di un contadino che dice «ci
vuole la distruzione terreste», come per dire quello che si dovrebbe
fare «tabula rasa» e ricominciare da zero. Perché se non
cambiano le persone, se non ci sono delle persone oneste che abbiano a cuore
il bene di tutti e, soprattutto, se non c’è un ricambio generazionale,
le cose non potranno cambiare.
Poi c’è anche un’altra cosa sconcertante. Non c’è nessuno
che neghi questa situazione. È un dato di fatto accettato da tutti.
Addirittura dalle istituzioni. Un esempio è la relazione della Commissione
parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del 2006. Ne abbiamo usato
dei pezzi per non utilizzare una voce fuori campo e lì si illustra esattamente
qual è la realtà.
È tutto documentato. Tutti sanno ma tutto resta immobile.
Eleonora Formisani - www.carta.org
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