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Politica - 29.12.2006

Come Bush può rimediare ai suoi fallimenti politici
Sempre più in calo nei sondaggi la popolarità del presidente USA

Gli Usa in Iraq si trovano di fronte a quella che potrebbe essere la più consequenziale disfatta politica della loro storia. L'unico altro caso che potrebbe contendere questo primato è la guerra in Vietnam. Ma Vietnam era uno stato unitario artificialmente - e dunque temporaneamente - diviso, mentre l'Iraq è uno stato artificialmente unificato, che forse ora è stato diviso in modo permanente. Inoltre l'Iraq, a differenza del Vietnam, è circondato da pezzi del domino.
Le origini della catastrofe che si sta addensando sull'Iraq e attorno ad esso risalgono agli inizi della presidenza di George W. Bush. Nei suoi primi nove mesi in carica, l'amministrazione praticamente ha sospeso ogni attività diplomatica verso il Medio Oriente, e ha indebolito o vanificato una serie di accordi multilaterali.
Ne è seguito un risentimento montante in tutto il modo verso il disprezzo degli Stati Uniti per il diritto, le istituzioni, i trattati e le alleanze internazionali.
Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, l'amministrazione ha dilapidato l'immediata spontanea manifestazione di benevolenza internazionale. Ha respinto una offerta senza precedenti della Nato di dispiegare truppe insieme alle

forze Usa in Afghanistan, e utilizzato gli attentati dell'11 settembre come pretesto per attaccare l'Iraq, in parte "collegando i puntini" fra il terrorismo con base afgana e il totalitarismo iracheno, anche se i due fenomeni erano distinti, e ostili l'uno all'altro. L'invasione dell'Iraq è stata il massimo livello raggiunto dall'unilateralismo di Bush, e quello più basso dell'immagine dell'America agli occhi del mondo.
Nei mesi e anni che ci attendono, gli Usa avranno bisogno del massimo di partecipazione e fiducia da parte della comunità internazionale, specialmente per la "offensiva diplomatica" raccomandata dal gruppo di studio Baker-Hamilton sull'Iraq. Ciò richiederà non solo un nuovo approccio alla questione, ma anche una aggiornamento di tutta la politica estera Usa. Ma la riluttanza con cui Bush ha rinunciato al tentativo di mantenere John Bolton come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite fa pensare che, o non capisca quanto Bolton abbia impersonato il disprezzo dell'amministrazione per l'organismo mondiale: o peggio, che non ci badi.
Qualunque sia il corso scelto dal presidente per l'Iraq, avrà bisogno dell'Onu. Deve nominare un nuovo ambasciatore che sia al tempo stesso favorevole, e delegato, a rafforzare una istituzione che gli Usa negli anni recenti hanno sistematicamente indebolito. In questa prospettiva, Bush dovrebbe incontrare presto, il prossimo anno, Ban Ki-moon, il segretario generale entrante, aiutandolo a instaurare, su mandato dell'organismo mondiale, i migliori rapporti possibili col Congresso.
Altro passo auspicato sarebbe quello di interrompere il boicottaggio Usa al Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, che discende - in una forma evoluta - dall'antica Commissione per i Diritti Umani che contribuì a istituire Eleanor Roosevelt.
L'amministrazione deve trovare altri modi per rendere chiaro che rispetta il diritto internazionale. Bush ha insultato molti amici nel mondo "sfirmando" il trattato istitutivo del Tribunale Penale Internazionale. Come minimo, l'amministrazione dovrebbe abbandonare i tentativi di aggirare la convenzione di Ginevra e quella sulla tortura, e di negare l' habeas corpus ai detenuti. Dopo aver usato le prigioni di Saddam Hussein per torturare prigionieri catturati dalla coalizione, e averne spediti altri verso paesi dove era probabile che venissero torturati, gli Usa devono chiudere la struttura detentiva di Guantánamo Bay, o adeguarla alle convenzioni di Ginevra.
Insieme all'Onu e agli altri organismi internazionali, che gli Usa hanno contribuito con un ruolo chiave a istituire dopo la seconda guerra mondiale, è a rischio il controllo globale sulle armi e il regime di non proliferazione: e, di nuovo, in gran parte a causa delle politiche dell'amministrazione Bush. A partire dal 2001, gli Usa si sono ritirati dal Trattato sui Missili Antibalistici, hanno rallentato i processi di riduzione delle armi strategiche, consentito che languisse non ratificato il Trattato per la Proibizione dei Test Nucleari e danneggiato considerevolmente quello per la non proliferazione nucleare.
Azioni di intervento positive in questo senso possono comprendere: ripresa dei negoziati con la Russia per livelli di armamenti nucleari significativamente inferiori; perseguimento attivo di una moratoria sulla produzione di materiali fissile; infine smettere di accarezzare l'idea di sviluppare nuove testate anti-bunker che richiedano sperimentazioni: e conseguenti violazioni del trattato contro i test.
Il destino del Protocollo di Kyoto sul mutamento climatico - che Bush ha dichiarato "morto" nel 2001 - potrebbe sembrare estraneo a sfide come quella di misurarsi col terrorismo, l'Iraq e la liquefazione della politica Usa nell'area del Medio Oriente. In realtà, però, l'ostruzionismo dell'amministrazione sul riscaldamento globale ha, per oltre cinque anni, simboleggiato quanto il resto del mondo conti nella forma e sostanza della leadership Usa. Un vigoroso sostegno dell'amministrazione per approvare leggi nazionali a limitazione dei gas serra sarebbe un passo verso la negoziazione di un accordo internazionale.
Anche i più determinati ottimisti (ed è piuttosto difficile trovarne a Washington di questi tempi) comprendono come la sfida dell'Iraq e della sua regione continueranno per noi - per tutti noi - molti anni. Qualunque azione Bush possa intraprendere per recuperare una forma di leadership americana che altri siano pronti a seguire, non sarà soltanto un favore a chi gli succederà, ma anche al popolo Americano e alla propria eredità. Di sicuro, se c'é qualcosa che Bush vuole di più che non continuare a confidare nelle armi, è di evitare che la sua presidenza si concluda con un fallimento senza precedenti.

di Strobe Talbott dal Financial Times - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini, www.megachip.info
Nota: l'Autore è presidente della Brookings Institution, è stato Vicesegretario di Stato nell'amministrazione Clinton

 

   

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