forze
Usa in Afghanistan, e utilizzato gli attentati dell'11
settembre come pretesto per attaccare l'Iraq, in parte "collegando
i puntini" fra il terrorismo con base afgana e il
totalitarismo iracheno, anche se i due fenomeni erano
distinti, e ostili l'uno all'altro. L'invasione dell'Iraq è stata
il massimo livello raggiunto dall'unilateralismo di Bush,
e quello più basso dell'immagine dell'America
agli occhi del mondo.
Nei mesi e anni che ci attendono, gli Usa avranno bisogno del massimo di partecipazione
e fiducia da parte della comunità internazionale, specialmente per la "offensiva
diplomatica" raccomandata dal gruppo di studio Baker-Hamilton sull'Iraq.
Ciò richiederà non solo un nuovo approccio alla questione, ma anche
una aggiornamento di tutta la politica estera Usa. Ma la riluttanza con cui Bush
ha rinunciato al tentativo di mantenere John Bolton come ambasciatore Usa alle
Nazioni Unite fa pensare che, o non capisca quanto Bolton abbia impersonato il
disprezzo dell'amministrazione per l'organismo mondiale: o peggio, che non ci
badi.
Qualunque sia il corso scelto dal presidente per l'Iraq, avrà bisogno
dell'Onu. Deve nominare un nuovo ambasciatore che sia al tempo stesso favorevole,
e delegato, a rafforzare una istituzione che gli Usa negli anni recenti hanno
sistematicamente indebolito. In questa prospettiva, Bush dovrebbe incontrare
presto, il prossimo anno, Ban Ki-moon, il segretario generale entrante, aiutandolo
a instaurare, su mandato dell'organismo mondiale, i migliori rapporti possibili
col Congresso.
Altro passo auspicato sarebbe quello di interrompere il boicottaggio Usa al Consiglio
per i Diritti Umani dell'Onu, che discende - in una forma evoluta - dall'antica
Commissione per i Diritti Umani che contribuì a istituire Eleanor Roosevelt.
L'amministrazione deve trovare altri modi per rendere chiaro che rispetta il
diritto internazionale. Bush ha insultato molti amici nel mondo "sfirmando" il
trattato istitutivo del Tribunale Penale Internazionale. Come minimo, l'amministrazione
dovrebbe abbandonare i tentativi di aggirare la convenzione di Ginevra e quella
sulla tortura, e di negare l' habeas corpus ai detenuti. Dopo aver usato le prigioni
di Saddam Hussein per torturare prigionieri catturati dalla coalizione, e averne
spediti altri verso paesi dove era probabile che venissero torturati, gli Usa
devono chiudere la struttura detentiva di Guantánamo Bay, o adeguarla
alle convenzioni di Ginevra.
Insieme all'Onu e agli altri organismi internazionali, che gli Usa hanno contribuito
con un ruolo chiave a istituire dopo la seconda guerra mondiale, è a rischio
il controllo globale sulle armi e il regime di non proliferazione: e, di nuovo,
in gran parte a causa delle politiche dell'amministrazione Bush. A partire dal
2001, gli Usa si sono ritirati dal Trattato sui Missili Antibalistici, hanno
rallentato i processi di riduzione delle armi strategiche, consentito che languisse
non ratificato il Trattato per la Proibizione dei Test Nucleari e danneggiato
considerevolmente quello per la non proliferazione nucleare.
Azioni di intervento positive in questo senso possono comprendere: ripresa dei
negoziati con la Russia per livelli di armamenti nucleari significativamente
inferiori; perseguimento attivo di una moratoria sulla produzione di materiali
fissile; infine smettere di accarezzare l'idea di sviluppare nuove testate anti-bunker
che richiedano sperimentazioni: e conseguenti violazioni del trattato contro
i test.
Il destino del Protocollo di Kyoto sul mutamento climatico - che Bush ha dichiarato "morto" nel
2001 - potrebbe sembrare estraneo a sfide come quella di misurarsi col terrorismo,
l'Iraq e la liquefazione della politica Usa nell'area del Medio Oriente. In realtà,
però, l'ostruzionismo dell'amministrazione sul riscaldamento globale ha,
per oltre cinque anni, simboleggiato quanto il resto del mondo conti nella forma
e sostanza della leadership Usa. Un vigoroso sostegno dell'amministrazione per
approvare leggi nazionali a limitazione dei gas serra sarebbe un passo verso
la negoziazione di un accordo internazionale.
Anche i più determinati ottimisti (ed è piuttosto difficile trovarne
a Washington di questi tempi) comprendono come la sfida dell'Iraq e della sua
regione continueranno per noi - per tutti noi - molti anni. Qualunque azione
Bush possa intraprendere per recuperare una forma di leadership americana che
altri siano pronti a seguire, non sarà soltanto un favore a chi gli succederà,
ma anche al popolo Americano e alla propria eredità. Di sicuro, se c'é qualcosa
che Bush vuole di più che non continuare a confidare nelle armi, è di
evitare che la sua presidenza si concluda con un fallimento senza precedenti.
di Strobe Talbott dal Financial Times - Scelto e tradotto
da Fabrizio Bottini, www.megachip.info
Nota: l'Autore è presidente della Brookings Institution, è stato
Vicesegretario di Stato nell'amministrazione Clinton |