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Diritti umani e Conflitti - 29.12.2006

Conflitti africani di fine anno

Victor Davis Hanson, giornalista e storico statunitense, ritiene che i conflitti in corso nella regione nord-occidentale del Darfur e in Somalia siano il corollario dell'attività jihadista: nel primo caso i miliziani islamici Janjaweed, già dagli inizi del 2003 (allorché gruppi ribelli insorsero contro il governo e Khartoum in risposta armò i Janjaweed), mettono in atto massacri in villaggi abitati da cristiani e animisti; nel secondo caso, l'Unione delle Corti Islamiche si scontra da alcuni mesi con il governo provvisorio di Baidoa: esso è spalleggiato dall'Etiopia e gode del riconoscimento internazionale, ma è estromesso dalla capitale Mogadiscio e incapace di governare l'intero territorio nazionale. Unico dato certo riguardo a tali conflitti, tuttavia, è il loro notevolissimo potenziale di espansione: quello sudanese già interessa anche i territori dei Paesi limitrofi, Ciad e Repubblica Centrafricana.

Nella guerra somala, dato il coinvolgimento, con una condotta sempre più aggressiva, di truppe etiopi, potrebbe esser spinta a intromettersi anche l'Eritrea, che appoggerebbe l'Unione al solo scopo di contrapporsi ad Addis Abeba. Quanto ai leader dell'Unione delle Corti, essi si mostrano propensi a colloqui; ma intanto le scuole nell'area sottoposta al loro controllo vengono chiuse senza fissare una data di riapertura, in modo tale da indurre molti giovani in età adolescenziale a rivolgersi a centri di reclutamento. Annosi motivi di contenzioso fra Somalia ed Etiopia non mancavano: oltre a dispute sulla definizione dei confini, rileva il fatto che l'Etiopia è abitata in prevalenza da cristiani e la Somalia da musulmani; pertanto la propaganda anti-etiope dell'Unione può agevolmente far leva anche sui sentimenti religiosi della popolazione somala.

Soldati schierati a centinaia nelle strade cittadine, ministeri evacuati, stato d'allerta: in tal modo, a fine novembre, si presentava N'Djamena, capitale del Ciad, paventando un attacco armato di gruppi ribelli, provenienti da est dopo aver attraversato il confine fra Sudan e Ciad. In particolare il RAFD (Rassemblement des Forces Démocratiques), guidato dai fratelli Erdimi, contesta il Presidente del Ciad, Idriss Déby, e ne auspica l'esautoramento. Sotto la guida di Mahamt Nouri, ex alto ufficiale dell'esercito, un altro gruppo ribelle, l'UFDD (Union des Forces pour la Démocratie et le Développement), ha occupato per breve tempo il mese scorso Abéché, città situata a poco più di un centinaio di chilometri dal confine con il Sudan; a seguito di una controffensiva delle truppe regolari di N'Djamena, la colonna dell'UFDD ha ripiegato verso la frontiera: la propaganda bellica ha parlato da un lato della sconfitta definitiva inferta ai ribelli, dall'altro di un mero ripiegamento tattico. Il dato più paradossale è tuttavia che la conflittualità dal Sudan si è ormai espansa verso il Ciad orientale e sta spingendo la popolazione civile di tale area a cercare scampo dal conflitto… nel travagliato Darfur! Altre colonne di ribelli hanno sconfinato dal Sudan nella Repubblica Centrafricana, in particolare nell'area circostante la città di Birao. Anche tale Paese è tutt'altro che stabile, anche se è retto con pugno di ferro da François Bozizé Yangouvonda, un ex Generale che finalmente è riuscito ad assurgere al potere con un golpe il 15 marzo 2003: già in precedenza aveva avuto ruoli controversi in tentativi di colpi di stato (nel 1982 e poi nel maggio 2001 e a ottobre 2002) e ciò lo aveva costretto a trascorrere lunghi periodi in esilio in altri Paesi africani (dapprima il Togo, poi il Ciad).
In ambito diplomatico il governo francese guidato da De Villepin si sta adoperando per sostenere Idriss Déby e per farsi promotore dell'invio di un contingente di peacekeeping nella zona che racchiude i confini fra tre Paesi (Sudan, Ciad e Repubblica Centrafricana), che è al momento soggetta all'attività di svariati di gruppi armati.

Che dire ancora del Darfur? Da novembre, operatori d'importanti organizzazioni non governative, come il Norwegian Refugee Council, stanno abbandonando tale regione, non potendo più operarvi in condizioni di relativa sicurezza: gruppi vulnerabili (sfollati, donne vittime di stupri, bambini,…) perdono in tal modo l'ultimo baluardo di tutela e sostegno. Si è levata una voce, per denunciare verbalmente quel che sta avvenendo nel Darfur: in novembre Louise Arbour, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, ha definito "orribili" le atrocità in atto, riferendo al Consiglio ONU per i Diritti Umani che governo sudanese e Janjaweed si sono resi "responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario". Ha poi chiosato: "Alle atrocità si deve porre fine"! Una voce nel deserto?

Giovanni Caputo


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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