Conflitti
africani di fine anno
Victor Davis Hanson, giornalista
e storico statunitense, ritiene che i conflitti in corso nella
regione nord-occidentale
del Darfur e in Somalia siano il corollario dell'attività jihadista:
nel primo caso i miliziani islamici Janjaweed, già dagli
inizi del 2003 (allorché gruppi ribelli insorsero contro
il governo e Khartoum in risposta armò i Janjaweed), mettono
in atto massacri in villaggi abitati da cristiani e animisti; nel
secondo caso, l'Unione delle Corti Islamiche si scontra da alcuni
mesi con il governo provvisorio di Baidoa: esso è spalleggiato
dall'Etiopia e gode del riconoscimento internazionale, ma è estromesso
dalla capitale Mogadiscio e incapace di governare l'intero territorio
nazionale. Unico dato certo riguardo a tali conflitti, tuttavia, è il
loro notevolissimo potenziale di espansione: quello sudanese già interessa
anche i territori dei Paesi limitrofi, Ciad e Repubblica Centrafricana.
Nella guerra somala, dato il coinvolgimento, con
una condotta sempre più aggressiva, di truppe etiopi, potrebbe esser
spinta a intromettersi anche l'Eritrea, che appoggerebbe l'Unione
al solo scopo di contrapporsi ad Addis Abeba. Quanto ai leader
dell'Unione delle Corti, essi si mostrano propensi a colloqui;
ma intanto le scuole nell'area sottoposta al loro controllo vengono
chiuse senza fissare una data di riapertura, in modo tale da indurre
molti giovani in età adolescenziale a rivolgersi a centri
di reclutamento. Annosi motivi di contenzioso fra Somalia ed Etiopia
non mancavano: oltre a dispute sulla definizione dei confini, rileva
il fatto che l'Etiopia è abitata in prevalenza da cristiani
e la Somalia da musulmani; pertanto la propaganda anti-etiope dell'Unione
può agevolmente far leva anche sui sentimenti religiosi
della popolazione somala.
Soldati schierati a centinaia nelle strade cittadine,
ministeri evacuati, stato d'allerta: in tal modo, a fine novembre,
si presentava
N'Djamena, capitale del Ciad, paventando un attacco armato di gruppi
ribelli, provenienti da est dopo aver attraversato il confine fra
Sudan e Ciad. In particolare il RAFD (Rassemblement des Forces
Démocratiques), guidato dai fratelli Erdimi, contesta il
Presidente del Ciad, Idriss Déby, e ne auspica l'esautoramento.
Sotto la guida di Mahamt Nouri, ex alto ufficiale dell'esercito,
un altro gruppo ribelle, l'UFDD (Union des Forces pour la Démocratie
et le Développement), ha occupato per breve tempo il mese
scorso Abéché, città situata a poco più di
un centinaio di chilometri dal confine con il Sudan; a seguito
di una controffensiva delle truppe regolari di N'Djamena, la colonna
dell'UFDD ha ripiegato verso la frontiera: la propaganda bellica
ha parlato da un lato della sconfitta definitiva inferta ai ribelli,
dall'altro di un mero ripiegamento tattico. Il dato più paradossale è tuttavia
che la conflittualità dal Sudan si è ormai espansa
verso il Ciad orientale e sta spingendo la popolazione civile di
tale area a cercare scampo dal conflitto… nel travagliato
Darfur! Altre colonne di ribelli hanno sconfinato dal Sudan nella
Repubblica Centrafricana, in particolare nell'area circostante
la città di Birao. Anche tale Paese è tutt'altro
che stabile, anche se è retto con pugno di ferro da François
Bozizé Yangouvonda, un ex Generale che finalmente è riuscito
ad assurgere al potere con un golpe il 15 marzo 2003: già in
precedenza aveva avuto ruoli controversi in tentativi di colpi
di stato (nel 1982 e poi nel maggio 2001 e a ottobre 2002) e ciò lo
aveva costretto a trascorrere lunghi periodi in esilio in altri
Paesi africani (dapprima il Togo, poi il Ciad).
In ambito diplomatico il governo francese guidato da De Villepin
si sta adoperando per sostenere Idriss Déby e per farsi
promotore dell'invio di un contingente di peacekeeping nella zona
che racchiude i confini fra tre Paesi (Sudan, Ciad e Repubblica
Centrafricana), che è al momento soggetta all'attività di
svariati di gruppi armati.
Che dire ancora del Darfur? Da novembre, operatori
d'importanti organizzazioni non governative, come il Norwegian
Refugee Council,
stanno abbandonando tale regione, non potendo più operarvi
in condizioni di relativa sicurezza: gruppi vulnerabili (sfollati,
donne vittime di stupri, bambini,…) perdono in tal modo l'ultimo
baluardo di tutela e sostegno. Si è levata una voce, per
denunciare verbalmente quel che sta avvenendo nel Darfur: in novembre
Louise Arbour, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, ha definito "orribili" le
atrocità in atto, riferendo al Consiglio ONU per i Diritti
Umani che governo sudanese e Janjaweed si sono resi "responsabili
di gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario".
Ha poi chiosato: "Alle atrocità si deve porre fine"!
Una voce nel deserto?
Giovanni Caputo |