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Diritti umani e Conflitti - 23.03.2007

Cosa accade in Thailandia?

Un recente bollettino sulla conflittualità che imperversa nella Thailandia meridionale parla di 76 morti dall'inizio del 2007. Le uccisioni hanno luogo principalmente in tre province meridionali del Paese asiatico: Yala, Narathiwat e Pattani. Nella maggior parte dei casi le vittime sono civili di credo religioso buddista e si attribuiscono le uccisioni a militanti islamici separatisti. A detta di vari esperti di conflitti e attivisti per i diritti umani il fenomeno è relativamente recente e deriva dal fatto che i militanti islamici prendono di mira con sempre maggior frequenza templi buddisti. I bonzi che vi abitano e vi pregano, li stanno abbandonando; del resto comunità intere di buddisti stanno dirigendosi verso altre città tailandesi (Hat Yai, Song Khla), dove provano a mettersi al riparo. Fino a tempi relativamente recenti le due comunità religiose coesistevano nell'area, pur se le popolazioni musulmana e buddista manifestavano la tendenza ad abitare in villaggi distinti; ormai ciò appare impossibile, essendo subentrati sentimenti reciproci di sospetto e forte animosità. I buddisti che ancora permangono nella zona si armano fino ai denti per difendersi. I musulmani dell'area sono in gran parte di etnia malese; l'area fu annessa al Regno del Siam (antica denominazione della Thailandia) nel 1786 e la conquista pose fine al preesistente Sultanato Islamico di Pattani (che coincideva con i territori delle tre province meridionali che demarcano attualmente il confine della Thailandia con la Malesia); da subito i musulmani svilupparono forme di resistenza e ogni tentativo di favorire la loro integrazione con il resto della popolazione fu reso vano, anche a causa della differenza di culto religioso. Nelle province meridionali la tendenza alla ribellione è dunque radicata; mai tuttavia, finora, il livello di violenza era stato tanto elevato, al punto tale che le pattuglie dell'esercito governativo, in particolare in alcune aree della provincia di Narathiwat, non osano nemmeno arrischiarsi a svolgere le normali attività di pattugliamento. I ribelli musulmani manifestano la tendenza a colpire improvvisamente e a non rivendicare i loro attacchi; la loro tecnica, tuttavia, sta progressivamente migliorando e consente loro di confezionare, sia pur artigianalmente, ordigni esplosivi sempre più potenti. In particolare il 18 febbraio, inoltre, i militanti islamici sono riusciti ad attuare circa trenta attacchi simultanei e coordinati in una sola serata, rivolti contro svariati obiettivi (centrali elettriche, edifici scolastici, pompe di benzina, centri commerciali, hotel,…) nei capoluoghi delle tre province suddette. Sono morte almeno otto persone! Ciò il giorno dopo ha spinto il Premier tailandese Chulanont a richiedere l'aiuto del governo malese nella lotta contro i gruppi islamici separatisti e a convocare il Consiglio per la Sicurezza Nazionale per decidere misure volte a fronteggiare la difficile situazione. L'insurrezione musulmana nel sud è divenuta particolarmente cruenta a partire dal gennaio 2004 (circa 2300 sono le vittime finora conteggiate).
Di recente il destino della Thailandia si è caratterizzato per la frequenza dei colpi di stato incruenti (tale fu il primo, nel 1932, che pose fine alla monarchia di tipo assoluto e introdusse una forma di governo basata su norme costituzionali; tale è stato l'ultimo, che nel settembre 2006 ha deposto il Premier Shinawatra) inframmezzati da continue modifiche costituzionali. La situazione degli ultimi tempi è di forte instabilità. Il 31 dicembre, sei ordigni sono esplosi contemporaneamente in diversi punti della capitale Bangkok: il fine evidente era di generare insicurezza e instabilità nel Paese. È tuttavia difficile stabilire con certezza chi abbia sferrato gli attacchi dinamitardi; sembra unicamente da escludere un'azione dei militanti musulmani, sia perché non usano ordigni con timer, sia perché limitano le loro azioni alle province meridionali.
La turbolenta Thailandia è, paradossalmente, anche terra di rifugio. Sono ormai oltre 143000 i birmani che vivono nei campi profughi della parte nord-occidentale del Paese, vicino alla frontiera con il Myanmar: il loro afflusso è cominciato verso la fine degli Anni '80 ed è divenuto particolarmente consistente dopo il 1990 (anno in cui si tennero elezioni parlamentari democratiche nel Myanmar, il cui esito fu ben presto sconfessato dalla giunta militare birmana, che prese a governare con piglio autoritario e tuttora impedisce che il Parlamento birmano, allora eletto, si riunisca). Variegata è la tipologia dei birmani affluiti come profughi in Thailandia: agli attivisti fautori della democrazia e ai perseguitati per motivi politici si aggiungono numerosi appartenenti a varie etnie (Mon, Shan, Karen), stanziate originariamente nel nord del Myanmar e aspramente contrastate, da decenni, dai militari birmani.

Giovanni Caputo


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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