delle
armi, nella forza della sua maturità ci offre
un blueprint di saggezza nell'indipendenza, nella "direzione
contraria".
Dicono che Fabrizio è il Bob Dylan italiano; io nel dargli questo premio
d'amore più che di potere, vorrei che Bob Dylan venisse chiamato il Fabrizio
americano.
Fabrizio De André secondo la Pfm
FRANZ
- A mio avviso, tra tutti i cantautori, Fabrizio De André è quello
che più di ogni altro è riuscito a infondere
poeticità nelle sue canzoni. Noi lo conoscevamo
da tempo - avevamo già lavorato con lui alcuni
anni prima - e così, quando un giorno d'estate
lo incontrammo a un concerto in Sardegna gli buttai lì l'idea
di fare qualcosa insieme. La collaborazione tra un cantautore
e un gruppo era comune in America e a noi sembrava che
con Fabrizio si sarebbe potuto svolgere un buon lavoro,
offrendo al pubblico italiano qualcosa di nuovo. De André aveva
avuto un'esperienza simile solo con i New Trolls, che
per certi versi era stata positiva e per altri no, perché erano
rimasti due gruppi di lavoro abbastanza divisi. Non c'era
stata una fusione vera e propria. Diciamo che loro avevano
suonato le cose di De André e De André aveva
avuto un gruppo che lo accompagnava, tutto qua. Noi invece
avevamo in mente qualcosa di molto diverso, un vero e
proprio progetto di collaborazione artistica, dove ognuna
delle due componenti, il cantautore e il gruppo, avrebbe
influenzato l'altra. Glielo spiegammo, ma lì per
lì non la prese molto bene.
" Eh belin!" disse, "suonate troppo forte!"
" Ma no, ci adattiamo a te!"
" Arrivate con tutti vostri watt e mi uccidete!"
" Ascolta" disse Franco prendendo la chitarra, "io 'Il pescatore'
la vedo così. Un po' più funky, un po' più allegra..." e
si mette a fare un giro di accordi.
Fabrizio ascolta e sorride. "E la batteria? Questo qui picchia forte,
non so...."
Ci volle un po', ma riuscimmo a convincerlo, forse anche perché riuscimmo
a comunicargli il senso del gruppo. Fare una tournée però lo
spaventava un po'. In generale Fabrizio è una persona un po' schiva
e l'idea di affrontare il pubblico tutte le sere, di viaggiare con noi e con
tutto l'annesso, non gli garbava molto. Ma riuscimmo a trasmettergli la carica
giusta. Gli garantimmo comprensione e collaborazione e alla fine, stringendoci
la mano, suggellammo l'accordo.
Scegliemmo un trentina di pezzi e ci suddividemmo il lavoro. Era una strategia
che serviva a non tradire lo stile dei pezzi. Per esempio le canzoni più franceseggianti
sono state affidate a Patrick, perché essendo vissuto in Francia poteva
arrangiarle in linea con il loro sound. Franco invece prese i pezzi dove poteva
fare valere la sua dimestichezza con la musicalità della chitarra. A
Flavio vennero affidate le cose che ci sembravano richiedere un'elaborazione
più complessa, perché dal punto di vista degli arrangiamenti
era il più preparato di tutti. Mettemmo su un bel gruppo di lavoro e
dopo qualche mese il materiale fu pronto. Ne era uscita una cosa nuova e un
po' strana, dove la poeticità dei testi di Fabrizio e le sue belle e
pulite linee melodiche si sposavano con una musicalità sognante, piena
di immagini, invenzioni e colpi di scena. La cosa funzionò a meraviglia:
i pezzi, completamente rivisti e rielaborati, assumevano un sapore nuovo e
più pieno, mentre il dialogo tra testi e impasti sonori risultava continuo
ed equilibrato. In questo contesto, la voce calda e affascinante di Fabrizio
non veniva per nulla sacrificata, anzi. Tutto infatti era stato studiato nei
minimi particolari affinché noi non lo coprissimo mai. Gli arrangiamenti
erano stemperati: quando lui cantava, sembrava di vedere un acquerello, un
dipinto molto bello dai colori tenui. C'erano però anche momenti in
cui si partiva forte in modo da far esplodere la carica musicale della PFM.
Ne fummo tutti molto soddisfatti. Anche il pubblico dimostrò di apprezzare
quello strano connubio, tra due realtà che allora, in Italia, erano
considerate assolutamente incompatibili. Invece la nostra idea funzionò,
dimostrando che anche un cantautore può avere da guadagnare dalla collaborazione
con un gruppo. E viceversa.
FRANZ - La grande lezione che imparammo dall'esperienza con De André fu
constatare che, quando si attaccava un pezzo, il pubblico si alzava in piedi
a braccia levate. Lui cantava: "Questa di Marinella..", e la gente: "Uaaaaa!!!",
perché riconosceva subito il brano. Così abbiamo capito che il
testo, se racconta una storia, soprattutto una storia vera, personale o poetica,
fa vivere le canzoni molto più a lungo, in una dimensione più dilatata.
Per dirla brutalmente, io avrò fatto nella mia vita 2000 assolo di batteria,
ma non credo che la gente se li possa ricordare. Si ricorderà l'energia,
si ricorderà l'entusiasmo, la forza, il vigore... ma nessuno potrà mai
cantarti un assolo di batteria e se vuole riviverlo deve riascoltarselo sul
disco. Tutti invece sono in grado di cantare la Canzone di Marinella, magari
sotto la doccia, senza strumenti o impianti hi-fi.
Tutto questo ci spinse a riflettere sul senso del canto all'interno del gruppo.
Non si trattava più del problema di avere un cantante di ruolo, ma di
trovare un veicolo più diretto nel contatto con il pubblico. Forse un
front man, pensammo, una persona che possa traghettare il gruppo verso il pubblico
e viceversa. Soprattutto avevamo bisogno di canzoni a presa rapida, che potessero
lasciare un segno.
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