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Editoriale - 01.12.2006

Il nostro Sud
Una giornata di riflessione pubblica a Scampia
di Roberto Malinconico


Il parlare di Napoli, della criminalità organizzata (la camorra in particolar modo), dei livelli di invivibilità di una delle principali città italiane, rappresenta, oggi, l'argomento "in" dei salotti televisivi, della politica e della gente comune, quella gente lontana dai palazzi del potere, ma che ha già deciso, scelto, sentito che non si fida più dello Stato e che non ci crede più sul cambiamento in positivo della nostra vita e della nostra regione.
Fanno molto arrabbiare le trasmissioni che ultimamente, anche se condotte da autorevoli (per molti aspetti vicini per chiave di lettura della realtà) giornalisti, hanno cominciato a "sparare a zero" su Napoli e la sia delinquenza diffusa che sta rendendo sempre più difficile vivere le aree suburbane di Napoli e provincia, non diversamente - aggiungerei - dall'analogo livello di invivibilità che è possibile cogliere nelle altre grandi città e metropoli italiane, sempre più assomiglianti alle megalopoli del terzo mondo.
Non credo sia il caso di fare confronti con altri periodi dell'ultimo quarto di secolo e comparare una tabella di cifre riportanti il numero di omicidi a Napoli e provincia negli anni ottanta (mediamente oltre i 250 morti ammazzati all'anno), o il numero di rapine, scippi, furti e comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche. Né ritengo debba essere posta la questione sul ragionamento se oggi lo stato è più forte o più debole rispetto al potere criminale: negli anni ottanta e novanta lo Stato ha dovuto piangere e seppellire, senza soluzione di continuità, i suoi rappresentati, giudici e tutori dell'ordine, e non solo quelli. Infatti, pagava un prezzo altissimo la società civile con le uccisioni di giornalisti, sindacalisti e persone comuni che denunciavano la prepotenza del potere criminale nei paesi e città (prevalentemente delle regioni del Sud) e la sua penetrazione nel potere politico.
Non credo servono queste tabelle per dire che oggi lo Stato è più forte e le istituzioni sono più dentro all'organizzazione di vita di tutti noi. E può apparire strano questo discutere se rapportato alle tinte forti delle trasmissioni fatte ultimamente, a partire da quella di Santoro. Infatti, non si può negare la presenza di aree di forte criticità per la legalità e la presenza autorevole dello Stato, come a Scampia di Napoli; ma il problema non è nei termini proposti, né la cura suggerita (esercito e aumento delle pene) porterà a guarigione un malato che ha bisogno di ben altro.
Il confronto non può essere sulla criminalità e la legalità, bensì sull'interrogativo di "quanto della sottocultura della criminalità è diventata cultura diffusa nella nostra quotidianità?".
Ovvero, "quanti di noi, gente comune, che delinquenti non siamo, abbiamo fatto nostra la struttura comportamentale, relazionale, comunicativa e organizzativa della criminalità camorristica o mafiosa che sia? Questa è la domanda alla quale dobbiamo provare a rispondere davanti al crescere del fenomeno delle bande giovanili ed alle loro risposte come clan o branco; o alla diffusa violenza alle donne, in barba ad una società che parla di pari opportunità; o all'aumento dei reati minori, quelli spesso fatti ai danni dei più indifesi, e che rendono spesso insicure le strade e le piazze ovunque; o al vandalismo verso i beni comuni (scuole, luoghi sportivi, aree di aggregazione, ecc.); o al facile ricorso alla violenza fisica laddove basterebbe un semplice sorriso, o un banale "scusa" per deconflittualizzare qualsiasi tensione.
Il problema è nella perdita di un senso comune di appartenenza e nello smarrimento di una attenzione solidale all'altro/a diverso da Se; è nella mancanza di prospettive di una qualità della vita migliore: lavoro, istruzione e salute come offerta accessibile e concorrenziale all'allettante proposta di settori della criminalità che, come alcune aziende giapponesi, si propongono di pagare tutto ai propri "dipendenti" (cure sanitarie, spese legali, sostegno alla famiglia in caso di detenzione, ecc.).
Allora è bene riorganizzare il ragionamento, e, noi di Impronte sociali, lo abbiamo fatto volendo partire proprio da quei luoghi che rappresentano l'emblema del malessere: da Scampia, dove abbiamo proposto una giornata di riflessione pubblica su "Il nostro Sud".
Punto di avvio della riflessione è la condizione di disagio che è così facile incrociare nel sud, in Campania in particolare.
Dall'ambiente al lavoro, dall'istruzione alla salute, dai servizi verso la persona alla trasparenza nella pubblica amministrazione, dall'espansione della legalità alla diffusione della cultura, dall'efficienza delle infrastrutture all'efficacia dei progetti, dal recupero delle tradizioni alla capacità di integrazione: ovunque riscontriamo carenze e talora anche un autentico degrado, e ovunque registriamo una notevole difficoltà del vivere quotidiano e una diffusa sofferenza sociale.
La cittadinanza appare obiettivamente più affievolita nel mezzogiorno d'Italia.
Non potremo partire che da questo dato. Ma l'intento è di andare subito oltre l'analisi e la denuncia facile, e di individuare possibili percorsi virtuosi che possono porsi da controtendenza e aprire ad uno scenario di piena tutela dei diritti e di piena cittadinanza umana.


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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