Il nostro Sud
Una giornata di riflessione pubblica a Scampia
di Roberto Malinconico
Il parlare di Napoli, della criminalità organizzata (la
camorra in particolar modo), dei livelli di invivibilità di
una delle principali città italiane, rappresenta, oggi,
l'argomento "in" dei salotti televisivi, della politica
e della gente comune, quella gente lontana dai palazzi del potere,
ma che ha già deciso, scelto, sentito che non si fida più dello
Stato e che non ci crede più sul cambiamento in positivo
della nostra vita e della nostra regione.
Fanno molto arrabbiare le trasmissioni che ultimamente, anche se
condotte da autorevoli (per molti aspetti vicini per chiave di
lettura della realtà) giornalisti, hanno cominciato a "sparare
a zero" su Napoli e la sia delinquenza diffusa che sta rendendo
sempre più difficile vivere le aree suburbane di Napoli
e provincia, non diversamente - aggiungerei - dall'analogo livello
di invivibilità che è possibile cogliere nelle altre
grandi città e metropoli italiane, sempre più assomiglianti
alle megalopoli del terzo mondo.
Non credo sia il caso di fare confronti con altri periodi dell'ultimo
quarto di secolo e comparare una tabella di cifre riportanti il
numero di omicidi a Napoli e provincia negli anni ottanta (mediamente
oltre i 250 morti ammazzati all'anno), o il numero di rapine, scippi,
furti e comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche. Né ritengo
debba essere posta la questione sul ragionamento se oggi lo stato è più forte
o più debole rispetto al potere criminale: negli anni ottanta
e novanta lo Stato ha dovuto piangere e seppellire, senza soluzione
di continuità, i suoi rappresentati, giudici e tutori dell'ordine,
e non solo quelli. Infatti, pagava un prezzo altissimo la società civile
con le uccisioni di giornalisti, sindacalisti e persone comuni
che denunciavano la prepotenza del potere criminale nei paesi e
città (prevalentemente delle regioni del Sud) e la sua penetrazione
nel potere politico.
Non credo servono queste tabelle per dire che oggi lo Stato è più forte
e le istituzioni sono più dentro all'organizzazione di vita
di tutti noi. E può apparire strano questo discutere se
rapportato alle tinte forti delle trasmissioni fatte ultimamente,
a partire da quella di Santoro. Infatti, non si può negare
la presenza di aree di forte criticità per la legalità e
la presenza autorevole dello Stato, come a Scampia di Napoli; ma
il problema non è nei termini proposti, né la cura
suggerita (esercito e aumento delle pene) porterà a guarigione
un malato che ha bisogno di ben altro.
Il confronto non può essere sulla criminalità e la
legalità, bensì sull'interrogativo di "quanto
della sottocultura della criminalità è diventata
cultura diffusa nella nostra quotidianità?".
Ovvero, "quanti di noi, gente comune, che delinquenti non
siamo, abbiamo fatto nostra la struttura comportamentale, relazionale,
comunicativa e organizzativa della criminalità camorristica
o mafiosa che sia? Questa è la domanda alla quale dobbiamo
provare a rispondere davanti al crescere del fenomeno delle bande
giovanili ed alle loro risposte come clan o branco; o alla diffusa
violenza alle donne, in barba ad una società che parla di
pari opportunità; o all'aumento dei reati minori, quelli
spesso fatti ai danni dei più indifesi, e che rendono spesso
insicure le strade e le piazze ovunque; o al vandalismo verso i
beni comuni (scuole, luoghi sportivi, aree di aggregazione, ecc.);
o al facile ricorso alla violenza fisica laddove basterebbe un
semplice sorriso, o un banale "scusa" per deconflittualizzare
qualsiasi tensione.
Il problema è nella perdita di un senso comune di appartenenza
e nello smarrimento di una attenzione solidale all'altro/a diverso
da Se; è nella mancanza di prospettive di una qualità della
vita migliore: lavoro, istruzione e salute come offerta accessibile
e concorrenziale all'allettante proposta di settori della criminalità che,
come alcune aziende giapponesi, si propongono di pagare tutto ai
propri "dipendenti" (cure sanitarie, spese legali, sostegno
alla famiglia in caso di detenzione, ecc.).
Allora è bene riorganizzare il ragionamento, e, noi di Impronte
sociali, lo abbiamo fatto volendo partire proprio da quei luoghi
che rappresentano l'emblema del malessere: da Scampia, dove abbiamo
proposto una giornata di riflessione pubblica su "Il nostro
Sud".
Punto di avvio della riflessione è la condizione di disagio
che è così facile incrociare nel sud, in Campania
in particolare.
Dall'ambiente al lavoro, dall'istruzione alla salute, dai servizi
verso la persona alla trasparenza nella pubblica amministrazione,
dall'espansione della legalità alla diffusione della cultura,
dall'efficienza delle infrastrutture all'efficacia dei progetti,
dal recupero delle tradizioni alla capacità di integrazione:
ovunque riscontriamo carenze e talora anche un autentico degrado,
e ovunque registriamo una notevole difficoltà del vivere
quotidiano e una diffusa sofferenza sociale.
La cittadinanza appare obiettivamente più affievolita nel
mezzogiorno d'Italia.
Non potremo partire che da questo dato. Ma l'intento è di
andare subito oltre l'analisi e la denuncia facile, e di individuare
possibili percorsi virtuosi che possono porsi da controtendenza
e aprire ad uno scenario di piena tutela dei diritti e di piena
cittadinanza umana.
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