L'atroce boomerang
della pena di morte in tv
Forse, alla fine di questa orribile
pagina di storia, nella mente della gente rimarranno solo due
immagini dell'avventura
irachena in cui il Presidente Bush ha fatto sprofondare l'America,.
La prima è quella dell'abbattimento della statua di Saddam
nella Piazza del Paradiso a Baghdad. Era l'Aprile del 2003 e quell'
evento, studiato mediaticamente nei minimi dettagli, era lì a
esprimere simbolicamente la caduta del tiranno e la vittoria degli
Stati Uniti. La felicità degli abitanti di Baghdad ( risultata
poi gonfiata dalle strette inquadrature delle telecamere) doveva
richiamare quella di altri popoli, che, in altre epoche, avevano
realmente accolto come liberatori i soldati americani. Nel 2003
le televisioni di tutto il mondo seguirono acriticamente lo svolgersi
dei fatti, rispettarono il copione prestabilito. Pochissime furono
le voci che - in quel momento, quando era difficile e perciò importante
farlo - misero in dubbio il fatto che l'Iraq potesse essere pacificato
e "democratizzato". A vedere le cose tre anni dopo c'è da
rimanere attoniti da tanta acquiescenza, ma - volendo essere a
tutti i costi positivi - un'attenuante la si può trovare,
quella della speranza. Chi non avrebbe voluto un Iraq finalmente
libero dopo tanti anni di brutale dittatura?
La seconda immagine è quella cupa che ha dominato gli schermi
in questa brutta fine del 2006. E' fatta dalle sequenze che ci
hanno fatto vivere in una sorta di "diretta differita" gli
ultimi istanti dell'esistenza terrena dell'uomo Saddam Hussein.
Anche queste istantanee resteranno nei "cuori e nelle menti".
Chi critica le televisioni del pianeta per averle mandate in onda
non ha compreso il punto essenziale : che sono state prodotte con
il fine primario ed esclusivo della loro trasmissione. Non sono "immagini
rubate" da uno spregiudicato reporter. Fanno parte di una
scena che doveva riprodurre visivamente una sensazione di vittoria,
rilanciare l'idea che l'Iraq abbia "voltato pagina".
Gli esperti le chiamano "foto eventi", sono filmati realizzati
esclusivamente per produrre effetti politici, non certo per rimanere
sepolti sotto chiave in qualche archivio di stato. Se ci pensate
bene tutta questa guerra è stata costellata da momenti simili.
I "tagliatori di teste" hanno ucciso perché si
potessero poi vedere le loro azioni e ne venisse amplificata la
portata. Gli americani hanno esibito i corpi dei figli di Saddam
e quello di Al Zarqawi con l'intento di segnare altrettante vittorie
militari. Sul campo però non è cambiato nulla, se
non in peggio, con il paese dilaniato dalla guerra civile e da
quella che i media pochi anni fa avrebbero chiamato "pulizia
etnica".
In questo contesto - per uno di quei paradossi che la storia spesso
ci riserva- l'esibizione della morte del deposto dittatore ha assunto
il connotato della disperazione di chi sta mancando la vittoria
piuttosto che del trionfo sul vinto. Certo Saddam è uscito
di scena ma lo ha fatto non da vittima quanto da protagonista.
In queste ore c'è chi azzarda paragoni fra questa esecuzione
e quella , ad esempio, di Mussolini. Restando alla storia italiana
del novecento c'è però un'altra vicenda che può venire
alla mente: quella del processo di Verona che nel '44 portò i
repubblichini a fucilare i "fascisti traditori" che avevano
determinato l'anno prima la caduta del duce. Anche quel processo
era avvolto da un'atmosfera cupa, appariva come un regolamento
di conti voluto da disperati che dovevano "agire in fretta",
in un contesto che stava loro sfuggendo di mano. Quegli incappucciati
che hanno eseguito la sentenza contro il tiranno iracheno cos'altro
simboleggiano? E non è un incredibile scherzo del destino
che -avendo ricevuto dagli americani l'uomo da uccidere - lo abbiano
impiccato inneggiato proprio a quel Moqtada al Sadr che degli Usa è,
fra gli sciiti, uno dei nemici più convinti?
Ieri tutte le tv del pianeta hanno mandato e rimandato la scena
dell'esecuzione. Ma c'era in tutti, proprio in tutti i commenti,
una sorta di enorme disagio. La distanza simbolica dall' abbattimento
della statua di tre anni e mezzo fa è stata enorme. Nessuno
( stiamo parlando dei principali network e dei siti web più noti) è riuscito
a "celebrare l'evento". Non so se l'imbarazzo sia nato
dall'atteggiamento dignitoso e fermo assunto dal dittatore o dal
fatto che è semplicemente impossibile festeggiare la fine
di un uomo, che la pena di morte è in sé qualcosa
di atroce e impresentabile. Qualunque sia l'interpretazione, "gli
strateghi della comunicazione" dell'amministrazione Bush hanno
proprio sbagliato tutto quello che potevano sbagliare. Avevano
un "obiettivo promozionale" e hanno raggiunto il risultato
opposto, di attrarre su di sé la rabbia dei musulmani e
il ribrezzo del resto del pianeta. Nessuno crede poi che tanto
cinismo possa essere ripagato almeno dal punto di vista pratico
con la diminuzione delle violenze e la "pacificazione dell'Iraq".
E allora? E' probabile che queste sequenze segnino una ulteriore
tappa nella direzione del baratro. Precipitino la situazione travolgendo
quel che resta dell'amministrazione Bush, Saddam voleva moire come
un martire e c'è riuscito. Voleva trascinare con sé quanti
più nemici potesse. Gli Dei gli hanno dato una mano: hanno
accecato chi disponeva della sua vita. E hanno fatto in modo che
questo avvenisse in mondovisione in modo tale che ciascuno di noi
potesse misurare l'abisso di presunzione e incapacità in
cui sono precipitati gli uomini che, malauguratamente per noi tutti,
gestiscono con enorme dilettantismo le sorti del pianeta. Ma la
storia non si ferma: anche l'America sta cambiando. Peggio di così il
2006 non poteva finire. Adesso puntiamo sul 2007.
Roberto Reale
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