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Editoriale - 05.01.2007

L'atroce boomerang della pena di morte in tv

Forse, alla fine di questa orribile pagina di storia, nella mente della gente rimarranno solo due immagini dell'avventura irachena in cui il Presidente Bush ha fatto sprofondare l'America,. La prima è quella dell'abbattimento della statua di Saddam nella Piazza del Paradiso a Baghdad. Era l'Aprile del 2003 e quell' evento, studiato mediaticamente nei minimi dettagli, era lì a esprimere simbolicamente la caduta del tiranno e la vittoria degli Stati Uniti. La felicità degli abitanti di Baghdad ( risultata poi gonfiata dalle strette inquadrature delle telecamere) doveva richiamare quella di altri popoli, che, in altre epoche, avevano realmente accolto come liberatori i soldati americani. Nel 2003 le televisioni di tutto il mondo seguirono acriticamente lo svolgersi dei fatti, rispettarono il copione prestabilito. Pochissime furono le voci che - in quel momento, quando era difficile e perciò importante farlo - misero in dubbio il fatto che l'Iraq potesse essere pacificato e "democratizzato". A vedere le cose tre anni dopo c'è da rimanere attoniti da tanta acquiescenza, ma - volendo essere a tutti i costi positivi - un'attenuante la si può trovare, quella della speranza. Chi non avrebbe voluto un Iraq finalmente libero dopo tanti anni di brutale dittatura?
La seconda immagine è quella cupa che ha dominato gli schermi in questa brutta fine del 2006. E' fatta dalle sequenze che ci hanno fatto vivere in una sorta di "diretta differita" gli ultimi istanti dell'esistenza terrena dell'uomo Saddam Hussein. Anche queste istantanee resteranno nei "cuori e nelle menti". Chi critica le televisioni del pianeta per averle mandate in onda non ha compreso il punto essenziale : che sono state prodotte con il fine primario ed esclusivo della loro trasmissione. Non sono "immagini rubate" da uno spregiudicato reporter. Fanno parte di una scena che doveva riprodurre visivamente una sensazione di vittoria, rilanciare l'idea che l'Iraq abbia "voltato pagina". Gli esperti le chiamano "foto eventi", sono filmati realizzati esclusivamente per produrre effetti politici, non certo per rimanere sepolti sotto chiave in qualche archivio di stato. Se ci pensate bene tutta questa guerra è stata costellata da momenti simili. I "tagliatori di teste" hanno ucciso perché si potessero poi vedere le loro azioni e ne venisse amplificata la portata. Gli americani hanno esibito i corpi dei figli di Saddam e quello di Al Zarqawi con l'intento di segnare altrettante vittorie militari. Sul campo però non è cambiato nulla, se non in peggio, con il paese dilaniato dalla guerra civile e da quella che i media pochi anni fa avrebbero chiamato "pulizia etnica".
In questo contesto - per uno di quei paradossi che la storia spesso ci riserva- l'esibizione della morte del deposto dittatore ha assunto il connotato della disperazione di chi sta mancando la vittoria piuttosto che del trionfo sul vinto. Certo Saddam è uscito di scena ma lo ha fatto non da vittima quanto da protagonista. In queste ore c'è chi azzarda paragoni fra questa esecuzione e quella , ad esempio, di Mussolini. Restando alla storia italiana del novecento c'è però un'altra vicenda che può venire alla mente: quella del processo di Verona che nel '44 portò i repubblichini a fucilare i "fascisti traditori" che avevano determinato l'anno prima la caduta del duce. Anche quel processo era avvolto da un'atmosfera cupa, appariva come un regolamento di conti voluto da disperati che dovevano "agire in fretta", in un contesto che stava loro sfuggendo di mano. Quegli incappucciati che hanno eseguito la sentenza contro il tiranno iracheno cos'altro simboleggiano? E non è un incredibile scherzo del destino che -avendo ricevuto dagli americani l'uomo da uccidere - lo abbiano impiccato inneggiato proprio a quel Moqtada al Sadr che degli Usa è, fra gli sciiti, uno dei nemici più convinti?
Ieri tutte le tv del pianeta hanno mandato e rimandato la scena dell'esecuzione. Ma c'era in tutti, proprio in tutti i commenti, una sorta di enorme disagio. La distanza simbolica dall' abbattimento della statua di tre anni e mezzo fa è stata enorme. Nessuno ( stiamo parlando dei principali network e dei siti web più noti) è riuscito a "celebrare l'evento". Non so se l'imbarazzo sia nato dall'atteggiamento dignitoso e fermo assunto dal dittatore o dal fatto che è semplicemente impossibile festeggiare la fine di un uomo, che la pena di morte è in sé qualcosa di atroce e impresentabile. Qualunque sia l'interpretazione, "gli strateghi della comunicazione" dell'amministrazione Bush hanno proprio sbagliato tutto quello che potevano sbagliare. Avevano un "obiettivo promozionale" e hanno raggiunto il risultato opposto, di attrarre su di sé la rabbia dei musulmani e il ribrezzo del resto del pianeta. Nessuno crede poi che tanto cinismo possa essere ripagato almeno dal punto di vista pratico con la diminuzione delle violenze e la "pacificazione dell'Iraq". E allora? E' probabile che queste sequenze segnino una ulteriore tappa nella direzione del baratro. Precipitino la situazione travolgendo quel che resta dell'amministrazione Bush, Saddam voleva moire come un martire e c'è riuscito. Voleva trascinare con sé quanti più nemici potesse. Gli Dei gli hanno dato una mano: hanno accecato chi disponeva della sua vita. E hanno fatto in modo che questo avvenisse in mondovisione in modo tale che ciascuno di noi potesse misurare l'abisso di presunzione e incapacità in cui sono precipitati gli uomini che, malauguratamente per noi tutti, gestiscono con enorme dilettantismo le sorti del pianeta. Ma la storia non si ferma: anche l'America sta cambiando. Peggio di così il 2006 non poteva finire. Adesso puntiamo sul 2007.

Roberto Reale
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