La riconferma di
una linea comune
di Giovanni Russo Spena - Capogruppo Prc al Senato
Nella riunione di martedì sera sulla politica
estera l'Unione ha ritrovato una linea unitaria. Veicolata da alcune
dichiarazioni dei leader politici e da tutti i titoli dei giornali,
questa interpretazione dell'incontro si è imposta. Si tratta
di una semplificazione probabilmente inevitabile, ma pur sempre
di una semplificazione. L'Unione non ha "ritrovato" una
linea comune: non avendola mai persa, la ha casomai confermata.
Una linea di politica estera comune e condivisa non significa ovviamente
che non possano esistere singoli e circoscritti punti di dissenso.
Il raddoppio della base statunitense di Vicenza è precisamente
uno di questi punti. Non implica un dissenso complessivo sulle
strategie di politica estera del governo ma neppure si poteva pretendere
di nasconderlo con i richiami alla disciplina di coalizione.
Condividere un indirizzo strategico nella politica estera non vuol
dire nemmeno totale coincidenza tra quell'indirizzo e le posizioni
dei singoli partiti. Questo, in una coalizione della quale fanno
parte forze diverse con opzioni politiche distinte, non sarebbe
possibile. E' ovvio che per il Prc e per tutte le aree della sinistra
radicale sarebbero di gran lunga preferibili opzioni più nette,
in particolare per quanto riguarda il ritiro dall'Afghanistan.
Ma all'interno di una leale logica di coalizione si tratta invece
di individuare una mediazione, anche sullo specifico nodo della
missione in Afghanistan alla quale tutti i componenti della coalizione
partecipino con uguale dignità, senza immaginare impossibili "tolde
di comando".
Nel complesso, nei suoi primi mesi di vita, il governo Prodi ha
individuato una strategia comune che, pur essendo certamente di
mediazione, segna un discontinuità netta con il passato.
Il documento varato martedì sera conferma punto per punto
i cardini di quella discontinuità.
Prima di tutto ribadisce l'"insostituibilità" di
questa coalizione, precisazione necessaria dopo le profferte dell'Udc,
il cui obiettivo, un cambio di maggioranza finalizzato a mettere
la sinistra radicale fuori gioco, trova in alcune aree dell'Ulivo
attenzione molto superiore a quanto non sia confessabile.
In secondo luogo, il testo ribadisce che, pur senza mettere in
discussione l'appartenenza dell'Italia agli organismi internazionali,
la nostra presenza è e deve restare assolutamente autonoma.
E' una risposta necessaria agli inaccettabili recenti tentativi
di ingerenza degli Stati uniti nella politica italiana, ma si tratta
anche di uno dei capisaldi della nuova politica estera italiana.
Il governo Berlusconi aveva infatti creato un rapporto con gli
usa sconfinante nella sudditanza, e la stessa incredibile pressione
esercitata in questi giorni si spiega probabilmente proprio con
l'abitudine all'acquiescenza italiana del quinquennio precedente.
Tutte le forze dell'Unione ribadiscono poi il sostegno alla politica
estera e di difesa del governo, per come è stata indirizzata
sino a, a parte e nonostante il brutto scivolone di Vicenza: denuncia
del precedente unilateralismo, sterzata verso una politica europea
e mediterranea, attività finalizzata a missioni realmente
di pace come quella nel Libano, priorità della cooperazione
civile.
Affermare infine che la politica "estera e di difesa" deve
comunque restare sempre subordinata all'art.11 della Costituzione
e alle mozioni già approvate, in particolare quelle sull'Afghanistan
non è solo un esercizio retorico. Non è sempre stato
così, checché se ne dica ufficialmente, negli ultimi
anni. Il governo di destra, ad esempio, avrebbe probabilmente considerato
del tutto compatibile con l'art. 11 inviare le truppe italiane
nel sud dell'Afghanistan, in zona di combattimento, modificare
le regole d'ingaggio rendendo molto più "aggressivo" il
nostro contingente, inviare in quel paese mezzi bellici destinati
a scopi per nulla difensivi.
La fedeltà a quell'articolo della Carta e alle mozioni già approvate
impone inoltre di dare immediatamente seguito a quella richiesta
di "cambio di strategia in Afghanistan" espressa apertamente
anche dal ministro D'Alema. Anche senza ritirarsi, è del
tutto possibile potenziare da subito il versante cooperativo della
missione, individuare una strategia alternativa a quella bellica,
del resto già fallita, e in questo senso va intesa la richiesta
di intervenire subito sulle condizioni dei contadini produttori
di oppio. Ed è possibile impegnarsi da subito per una conferenza
di pace. Sapendo che non sarà una sfida facile, ma anche
che è l'unico modo per rendere la nuova politica estera
italiana concretamente alternativa a quella della destra e non
solo vanamente testimoniale.
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