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Editoriale - 09.02.2007

La riconferma di una linea comune
di Giovanni Russo Spena - Capogruppo Prc al Senato

Nella riunione di martedì sera sulla politica estera l'Unione ha ritrovato una linea unitaria. Veicolata da alcune dichiarazioni dei leader politici e da tutti i titoli dei giornali, questa interpretazione dell'incontro si è imposta. Si tratta di una semplificazione probabilmente inevitabile, ma pur sempre di una semplificazione. L'Unione non ha "ritrovato" una linea comune: non avendola mai persa, la ha casomai confermata.
Una linea di politica estera comune e condivisa non significa ovviamente che non possano esistere singoli e circoscritti punti di dissenso. Il raddoppio della base statunitense di Vicenza è precisamente uno di questi punti. Non implica un dissenso complessivo sulle strategie di politica estera del governo ma neppure si poteva pretendere di nasconderlo con i richiami alla disciplina di coalizione.
Condividere un indirizzo strategico nella politica estera non vuol dire nemmeno totale coincidenza tra quell'indirizzo e le posizioni dei singoli partiti. Questo, in una coalizione della quale fanno parte forze diverse con opzioni politiche distinte, non sarebbe possibile. E' ovvio che per il Prc e per tutte le aree della sinistra radicale sarebbero di gran lunga preferibili opzioni più nette, in particolare per quanto riguarda il ritiro dall'Afghanistan. Ma all'interno di una leale logica di coalizione si tratta invece di individuare una mediazione, anche sullo specifico nodo della missione in Afghanistan alla quale tutti i componenti della coalizione partecipino con uguale dignità, senza immaginare impossibili "tolde di comando".
Nel complesso, nei suoi primi mesi di vita, il governo Prodi ha individuato una strategia comune che, pur essendo certamente di mediazione, segna un discontinuità netta con il passato. Il documento varato martedì sera conferma punto per punto i cardini di quella discontinuità.
Prima di tutto ribadisce l'"insostituibilità" di questa coalizione, precisazione necessaria dopo le profferte dell'Udc, il cui obiettivo, un cambio di maggioranza finalizzato a mettere la sinistra radicale fuori gioco, trova in alcune aree dell'Ulivo attenzione molto superiore a quanto non sia confessabile.
In secondo luogo, il testo ribadisce che, pur senza mettere in discussione l'appartenenza dell'Italia agli organismi internazionali, la nostra presenza è e deve restare assolutamente autonoma. E' una risposta necessaria agli inaccettabili recenti tentativi di ingerenza degli Stati uniti nella politica italiana, ma si tratta anche di uno dei capisaldi della nuova politica estera italiana. Il governo Berlusconi aveva infatti creato un rapporto con gli usa sconfinante nella sudditanza, e la stessa incredibile pressione esercitata in questi giorni si spiega probabilmente proprio con l'abitudine all'acquiescenza italiana del quinquennio precedente.
Tutte le forze dell'Unione ribadiscono poi il sostegno alla politica estera e di difesa del governo, per come è stata indirizzata sino a, a parte e nonostante il brutto scivolone di Vicenza: denuncia del precedente unilateralismo, sterzata verso una politica europea e mediterranea, attività finalizzata a missioni realmente di pace come quella nel Libano, priorità della cooperazione civile.
Affermare infine che la politica "estera e di difesa" deve comunque restare sempre subordinata all'art.11 della Costituzione e alle mozioni già approvate, in particolare quelle sull'Afghanistan non è solo un esercizio retorico. Non è sempre stato così, checché se ne dica ufficialmente, negli ultimi anni. Il governo di destra, ad esempio, avrebbe probabilmente considerato del tutto compatibile con l'art. 11 inviare le truppe italiane nel sud dell'Afghanistan, in zona di combattimento, modificare le regole d'ingaggio rendendo molto più "aggressivo" il nostro contingente, inviare in quel paese mezzi bellici destinati a scopi per nulla difensivi.
La fedeltà a quell'articolo della Carta e alle mozioni già approvate impone inoltre di dare immediatamente seguito a quella richiesta di "cambio di strategia in Afghanistan" espressa apertamente anche dal ministro D'Alema. Anche senza ritirarsi, è del tutto possibile potenziare da subito il versante cooperativo della missione, individuare una strategia alternativa a quella bellica, del resto già fallita, e in questo senso va intesa la richiesta di intervenire subito sulle condizioni dei contadini produttori di oppio. Ed è possibile impegnarsi da subito per una conferenza di pace. Sapendo che non sarà una sfida facile, ma anche che è l'unico modo per rendere la nuova politica estera italiana concretamente alternativa a quella della destra e non solo vanamente testimoniale.


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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