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Editoriale - 12.10.2007

Aggregare la politica? No grazie!

Nasce il partito Democratico! Dopo il voto delle primarie del 14 ottobre il grande elefante democratico (negli USA il partito democratico è rappresentato da un asinello) muove i suoi passi. L'idea di aggregare muove dalla necessità di ridurre il numero di partiti e garantire una maggiore governabilità al paese. La frammentazione non fa bene e a detta di tutti bisogna andare verso un paio di partiti e chi vuole si aggrega.
In pratica, appena si completerà la questione PD, appena la "cosa di destra" troverà una sua definizione (UDC permettendo), in giro resterà ben poca roba: la costituente socialista e il cantiere delle sinistre.
Quindi, una democrazia condizionata dalla forza di pochissime espressioni, con uno sbarramento proibitivo per chiunque possa avere percentuali elettorali dai valori decimali, sarà la prospettiva che troveremo nel prossimo futuro, magari con un premier molto potente ed un parlamento molto debole.
Una volta le finte democrazie monolitiche dell'est Europa erano prese ad esempio per sventolare ovunque di come il partito unico possa essere esempio di perdita di democrazia: ancora oggi si parla di "maggioranza bulgara" per indicare un consenso quasi unanime per un partito, o all'interno di un partito.
La democrazia è partecipazione, ma anche diritto di aggregazione e di rappresentanza; democrazia è principalmente poter essere diversi e esprimere la propria diversità. Tutto ciò non è solo un mero esercizio dialettico, né un buon proponimento per la nostra vita o la vita delle cittadine e dei cittadini di un paese civile: chiedere di poter avere la garanzia di esprimere la propria specifica diversità (nelle idee, nella rappresentazione di una società, nel propagandare il modello proprio di impegno civile e sociale, ecc.) è un diritto che deve essere pienamente garantito e tutelato in un paese democratico.
Le grandi aggregazioni uccidono la democrazia.
Il processo di omologazione delle identità non mi appartiene, né mi sento a mio agio in agglomerati spersonalizzati e spersonalizzanti della politica, dove dover coabitare diventa un obbligo e non una scelta. Ma molti sono pronti ad obiettare che non si può subire costantemente il ricatto di questo o quel parlamentare, di questo o quel partito, che in virtù della sua indispensabilità rende instabile un intero progetto politico e di governo.
Questo è un rischio che la democrazia deve tutelare e garantire anche uno stallo del genere, ma continuare a assicurare la democrazia: le aggregazioni sono processi che si realizzano per condivisione, non per sommatorie e logiche spartitorie.
La vecchia democrazia cristiana, in un sistema elettorale con il proporzionale puro e senza alcun sbarramento ha governato ininterrottamente per oltre quarant'anni e senza risentire più di tanto dei piccoli partitini che di volta in volta riusciva a tirare dentro i suoi governi: pentapartito, tripartito, quadripartito; PRI, PSDI, PLI erano partiti da percentuali spesso decimali, ma la DC ha continuato a governare.
Non voglio tornare indietro, ma sommare due zero non darà di certo uno.
Se aggregare vorrà significare minore democrazia, allora questa aggregazione del PD e le altre aggregazioni che verranno (non importa se orientate a destra o a sinistra) non potranno mai vedermi favorevole. Una democrazia non deve avere paura di confrontarsi con più espressioni della società che decidono di aggregarsi in formazioni politiche e in partiti.
Ciascuno di essi ha diritto a cercare una propria visibilità e rappresentanza istituzionale, se i voti che è in grado di cercare come consenso saranno sufficienti a far eleggere una sua voce. Se la compagine di governo sarà in grado di dialogare anche con questa unica voce su dei contenuti condivisibili, allora non vedo quale possa essere la difficoltà. Di contro, se non sarà in grado di dialogare e proporre contenuti politici e governativi condivisibili, allora non si cambiano le regole della democrazia se non si è d'accordo: per evitare di cadere nei miei limiti, limito, nella loro libertà di rappresentanza, i partiti più deboli.
Come è pericoloso questo discorso!
Pensate se in una scuola gli insegnanti (in virtù di uno stesso principio) rifiutassero studenti diversamente abili, perché rallenterebbe l'andamento della classe; o li si allontanerebbero da un luogo di lavoro, perché renderebbero meno incisiva l'intera azione lavorativa.
La logica della politica è sempre la stessa: quando non posso fare come dice chi comanda, allora devo fare in modo di limitare le presenze scomode: anche alle università hanno posto il numero chiuso (non ci sono aule a sufficienza e poi le categorie professionali devono garantirsi dal rischio di un'inflazione): quindi per garantire il diritto allo studio, riduco la possibilità di accedere allo studio.
Bravi! Questa vostra forma di libertà veramente non mi convince e spero che in molti ritornino a chiedere una partecipazione dal basso anche nella politica.

di Roberto Malinconico


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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