Dopo Pasqua
Ognuno porta la sua croce…
Cristo è finito sulla croce fondamentalmente
per un'incomprensione. E per un po' di rigidità. Se anche
oggi si dovessero mettere in croce tutti quelli che si proclamano
messia, ogni anno, in Israele, sarebbe una strage. E' un popolo
fatto così quello israeliano, riesce a far convivere l'astrattezza
delle sue assurde pretese bibliche (il messia, il popolo eletto…)
con la concretezza della sua politica d'occupazione. E così continua
a mettere in croce un altro popolo, quello palestinese, che al
momento vive una certa crisi d'identità, nel senso che gli
hanno sempre impedito di averne una e ora li aiutano anche a scannarsi
tra di loro. Ma croci sono piantate ovunque per il mondo e non
a tutti riuscirà di risorgere, come fece Gesù Cristo.
In Iraq, muoiono decine di persone al giorno tra sciiti, sunniti
e soldati, nella quasi totale indifferenza, perché il male
si disperde nella quotidianità, fa perdere le sue tracce,
si traveste da altro e passa inosservato. Una terra fatta ormai
di mercati che esplodono e di donne kamikaze, dove chi ha generato
e mantiene il caos, l'americano, perde tempo a chiedersi quale
sia il modo migliore per ritirarsi, incapace di accettare la sconfitta,
non di fronte ad un nemico, ma di fronte alla storia, all'intelligenza,
alla civiltà. In Afghanistan, si è ricominciato a
morire ad un certo livello, anche se sono i sequestri che tengono
banco. Emergency da organizzazione umanitaria si trasforma in mediatore
e riesce nella sua missione. Gino Strada ha dimostrato di aver
creato una rete di relazioni fondate sul rispetto dell'uomo, dell'uomo
come essenza ultima che non conosce religioni, nazioni o ideologie.
Quello che avrebbe dovuto fare l'intelligence, l'ha fatto un gruppo
di medici che cura le ferite infinite di un Paese distrutto dall'occidente.
Tutto bene fin qui, fino a quando viene liberato Mastrogiacomo.
Grande risonanza mediatica, lo stato italiano si è dato
da fare, Prodi e Karzai si sono sentiti spesso a telefono, bravi
tutti, però ora nelle mani dei talebani è finito
un afgano, il mediatore di Emergency. Ma la storia è finita,
i giornali ora parlano dell'offerta di Aeroflot per Alitalia, d'altronde
quello è pure afgano, commuove meno di un italiano: e allora
Gino Strada si mangia le mani, si è fidato di quel meccanismo
che tutto divora e distrugge, cieco e irriconoscente. Dà un
certo dispiacere vivere in un Paese che si preoccupa eccessivamente
della propria immagine, della propria credibilità internazionale,
piuttosto che di quello che concretamente si può fare per
contribuire a risolvere situazioni inaccettabili. Un'immagine peraltro
riflessa nello specchio occidentale, ormai in frantumi, spezzato
in tanti piccoli frammenti incrinati al loro interno. E la vicenda
dei marinai inglesi lo testimonia: il presidente iraniano Ahmadinejad è uscito
vincente con coup de thêatre che ha messo in mutande le diplomazie
occidentali e la loro voglia di supremazia. E l'immagine dell'Iran
ha guadagnato punti. Di croci è disseminato il Darfur, un'altra
terra vittima dei soliti giochi di potere e dell'ipocrisia. Di
fronte a così tanti morti, è da miserabili pensare
prima di tutto alle relazioni commerciali della Cina con il Sudan,
al fatto che non si possono imporre sanzioni al Sudan perché altrimenti
sarebbe compromesso lo scambio di petrolio tra il Paese africano
e Pechino. Ognuno porta la sua croce, si dice. Ma forse bisognerebbe
caricarsi sulle spalle anche le croci di altri, di quelli che da
soli non ce la fanno. E' un mondo pieno di croci, è una
foresta di morte, in cui è vano sperare nella risurrezione,
perché una croce vuota non dice che Cristo è risorto,
ma che altri poveri cristi finiranno attaccati a quella stessa
croce.
di
Antonio Costantino |