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Editoriale - 13.04.2007

Dopo Pasqua
Ognuno porta la sua croce…

Cristo è finito sulla croce fondamentalmente per un'incomprensione. E per un po' di rigidità. Se anche oggi si dovessero mettere in croce tutti quelli che si proclamano messia, ogni anno, in Israele, sarebbe una strage. E' un popolo fatto così quello israeliano, riesce a far convivere l'astrattezza delle sue assurde pretese bibliche (il messia, il popolo eletto…) con la concretezza della sua politica d'occupazione. E così continua a mettere in croce un altro popolo, quello palestinese, che al momento vive una certa crisi d'identità, nel senso che gli hanno sempre impedito di averne una e ora li aiutano anche a scannarsi tra di loro. Ma croci sono piantate ovunque per il mondo e non a tutti riuscirà di risorgere, come fece Gesù Cristo. In Iraq, muoiono decine di persone al giorno tra sciiti, sunniti e soldati, nella quasi totale indifferenza, perché il male si disperde nella quotidianità, fa perdere le sue tracce, si traveste da altro e passa inosservato. Una terra fatta ormai di mercati che esplodono e di donne kamikaze, dove chi ha generato e mantiene il caos, l'americano, perde tempo a chiedersi quale sia il modo migliore per ritirarsi, incapace di accettare la sconfitta, non di fronte ad un nemico, ma di fronte alla storia, all'intelligenza, alla civiltà. In Afghanistan, si è ricominciato a morire ad un certo livello, anche se sono i sequestri che tengono banco. Emergency da organizzazione umanitaria si trasforma in mediatore e riesce nella sua missione. Gino Strada ha dimostrato di aver creato una rete di relazioni fondate sul rispetto dell'uomo, dell'uomo come essenza ultima che non conosce religioni, nazioni o ideologie. Quello che avrebbe dovuto fare l'intelligence, l'ha fatto un gruppo di medici che cura le ferite infinite di un Paese distrutto dall'occidente. Tutto bene fin qui, fino a quando viene liberato Mastrogiacomo. Grande risonanza mediatica, lo stato italiano si è dato da fare, Prodi e Karzai si sono sentiti spesso a telefono, bravi tutti, però ora nelle mani dei talebani è finito un afgano, il mediatore di Emergency. Ma la storia è finita, i giornali ora parlano dell'offerta di Aeroflot per Alitalia, d'altronde quello è pure afgano, commuove meno di un italiano: e allora Gino Strada si mangia le mani, si è fidato di quel meccanismo che tutto divora e distrugge, cieco e irriconoscente. Dà un certo dispiacere vivere in un Paese che si preoccupa eccessivamente della propria immagine, della propria credibilità internazionale, piuttosto che di quello che concretamente si può fare per contribuire a risolvere situazioni inaccettabili. Un'immagine peraltro riflessa nello specchio occidentale, ormai in frantumi, spezzato in tanti piccoli frammenti incrinati al loro interno. E la vicenda dei marinai inglesi lo testimonia: il presidente iraniano Ahmadinejad è uscito vincente con coup de thêatre che ha messo in mutande le diplomazie occidentali e la loro voglia di supremazia. E l'immagine dell'Iran ha guadagnato punti. Di croci è disseminato il Darfur, un'altra terra vittima dei soliti giochi di potere e dell'ipocrisia. Di fronte a così tanti morti, è da miserabili pensare prima di tutto alle relazioni commerciali della Cina con il Sudan, al fatto che non si possono imporre sanzioni al Sudan perché altrimenti sarebbe compromesso lo scambio di petrolio tra il Paese africano e Pechino. Ognuno porta la sua croce, si dice. Ma forse bisognerebbe caricarsi sulle spalle anche le croci di altri, di quelli che da soli non ce la fanno. E' un mondo pieno di croci, è una foresta di morte, in cui è vano sperare nella risurrezione, perché una croce vuota non dice che Cristo è risorto, ma che altri poveri cristi finiranno attaccati a quella stessa croce.

di Antonio Costantino


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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