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Editoriale - 20.04.2007

È successo di nuovo!

Non sono stupito, né la nuova “Columbine” mi ha sorpreso più di tanto.
Ho un dolore costante che la nuova orribile strage di ignari ed innocenti ragazzi e ragazze del Virginia Tech ha solo rinnovato nell’intensità.
L’ipocrisia dei media, le facce di circostanze della politica e delle istituzioni, le vergognose dichiarazioni del presidente Bush, "gli americani hanno il diritto di portare armi", nel rispetto del secondo emendamento della Costituzione, rappresentano la barriera che il Paese più potente della terra ha posto a salvaguardia del suo diritto all'autodifesa.
Le vittime della Virginia Tech, quelli del Columbine e gli otto minori che ogni giorno muoiono ammazzati da armi da fuoco sono è un tributo pagato dalla società a questo diritto di autodifesa degli americani.
La logica è sempre la stessa: il giusto prezzo in vite umane da pagare, e far pagare agli altri, affinché nessuno tocchi l’America.
Quindi c’è poco da meravigliarsi se di voglia di vecchio far-west è imperniata la società americana che “pensa alla evitabilità di quest’ultima strage se gli studenti del college avessero avuto con se un’arma per potersi difendere”.
Assurdo! Non una parola sul fatto che un ragazzo, senza problema alcuno, ha potuto acquistare una pistola in un normale negozio di armi, come se fosse stato al supermercato a comprare briochine, e subito dopo acquistarne un’altra su internet, pagando comodamente con la propria carta di credito.
Possedere un’arma, vuole dire mettere in conto che prima o poi potrebbe essere usata: e non sempre l’uso è giustificato da una inevitabile legittima difesa; ovvero, non sempre le ragioni dell’uso di un’arma vengono delegittimate da chi ne fa uso.
Questo discorso vale tanto per le vittime nelle strade e nelle periferie delle città americane, quanto per quelle nelle città e nei villaggi del mondo dove la logica dell’autodifesa appartiene sempre al più forte che deve difendersi dagli elementi più deboli di quelle società che nessuno ha aiutato a superare le più intime fragilità.
Quindi diventa normale che i negozianti di molte città latino-americane si autodifendano dai “ninos de rua” assoldando squadroni della morte per ucciderli; come è normale uccidere un ladruncolo che si è intrufolato nella proprietà privata, giustiziandolo sul posto come si impiccavano i ladri di cavalli nel far-west; o ancora legittimamente reagire con la pena capitale per autodifendersi da tutti quelli che minacciano la morale, la religione, l’etica, la normalità che avvolge la propria civiltà (di vittime degli integralismi di tutti i punti cardinali ne è piena la storia dell’umanità).
Ma le armi prima ancora di essere usate, sono costruite.
Le lobby della guerra e dei prodotti di morte incrementano un mercato che non conosce soste: e se qualche volta, per uno strano arcano il mercato langue, ci sarà sempre un 11 settembre come campagna mediatica e pubblicitaria a guidare la ripresa dei consumi e delle vendite.
Il mercato delle armi deve essere fermato, ma anche la stessa produzione delle armi.
Bisogna pensare a società senza la necessità delle armi. Città e cittadini che si incontrano sul terreno del confronto, dell’accoglienza, della valorizzazione delle diversità.
Bisogna pensare ad una diversa normalità del vivere sociale. Superare la necessità stessa dell’uso della violenza verso l’altro.
A seguito del massacro di Columbine, e del documentario di Michael Moore, ci fu un’ondata di proteste per la facilità con cui si possono acquistare armi da fuoco, fioccarono sia le richieste di un maggiore controllo che le denunce nei confronti dei grandi produttori di armi.
Fu messa sotto accusa addirittura la National Rifle Association per le continue pressioni sul Congresso e per la propaganda scorretta sul rapporto criminalità-armi da fuoco.
Nulla è cambiato.
Anzi. Nel 2004 allo scadere dei 10 anni della legge di Clinton per limitare la vendita di armi da guerra, è ripresa la libera vendita sul mercato dei vari fucili automatici come l'Uzi e il Kalashnikov.
I numeri delle statistiche sono impressionanti. Solo negli USA tremila bambini morti all’anno; oltre 200 milioni di armi da fuoco in circolazione; una famiglia su tre possiede un'arma; su tre omicidi, due vengono commessi sparando; il possesso di fucili e pistole, nei 12 Stati con più armi pro capite, rispetto ai 12 che ne hanno meno, il tasso di omicidi per arma da fuoco è più alto del 114 per cento. Secondo un rapporto del Children Defense Fund nel 2006 sono morti 2.827 minorenni a causa delle armi da fuoco. Negli ultimi 10 anni, i morti totali per arma da fuoco sono circa 10 mila all'anno. Il 20 per cento degli studenti di scuola media superiore possiede un'arma. Il 60% dei suicidi è effettuato con armi da fuoco.
Se a questi dati si aggiungono quelli delle altre nazioni, a sviluppo avanzato o del terzo, quarto e quinto mondo che siano, vediamo numeri che non sono riscontrabili in nessun altra causa di morte possibile.
Nel mondo è ora di pensare di far esplodere la Pace, riconvertire le fabbriche di armi in fabbriche di vita …. in fondo, un carro armato non ci vuole poi molto a trasformarlo in un trattore o cingolato da lavoro e un fucile o una pistola potrebbero facilmente diventare buon ferro per utensili per la lavorazione della terra.

di Roberto Malinconico


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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