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Editoriale - 23.03.2007

La mafia delle parole

"La prima mafia da combattere è quella delle parole. Ce ne sono troppe. Tutti parlano di diritti. Poi dipende cosa fai". E' contro le parole, don Luigi Ciotti. Contro il vuoto delle parole, contro il loro strapotere, contro la loro insipienza rispetto ai fatti. Ogni giorno ci sono una ventina di convegni dedicati alla mafia. Servono?
" Ragazzi!!! dovete stare attenti alle parole", li chiama direttamente in causa, sin dall'inizio. I ragazzi sono quelli delle scuole superiori della provincia di Caserta che sabato mattina hanno incontrato don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dal 1995 presidente di "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", un network che coordina nell'impegno antimafia oltre 700 associazioni e gruppi nazionali e locali.
E tra tutte le parole a cui prestare attenzione c'è ne una che deve renderci particolarmente vigili: antimafia. Perché adesso le associazioni antimafia nascono dalla mafia, sono un buon affare e servono a creare ambiguità, scompiglio, sospetto. " Tra i pizzini di Provenzano, racconta Don Ciotti, è stato trovato anche un messaggio di Campanella che gli chiedeva l'autorizzazione ad organizzare una manifestazione contro la mafia. Il boss accetta. A condizione però che si tratti di una bella manifestazione". Anche nella sua ultima battaglia, l'uso sociale dei beni confiscati alla mafia - denaro sporco e violenza che deve essere riscattata - don Ciotti ammette: "ne abbiamo trovate tre di cooperative messe su dalla mafia che in questo modo si sono impossessate dei "loro" beni sequestrati". E poi bisogna dare continuità a quello che si fa. Non bastano, le lenzuola appese, i cortei a ridosso dei grandi eventi, le parole che si sottraggono alla verifica dei fatti.
Però il discorso di don Ciotti fende il brusio degli studenti, le sue sono parole che cercano attenzione, guardano diritto negli occhi di chi ascolta. Si dispongono in forma di racconti inanellati tra loro: i ricordi delle umiliazioni subite durante l'infanzia, povera e dignitosa, le testimonianze brucianti di vita vissuta, come il tritolo piazzato qualche tempo fa, per lui, sull'autostrada verso Udine. Stava andando, anche quella volta a parlare con gli studenti. Ricuce brandelli di storia italiana: a Locri 36 anni fa c'era stata una grandissima manifestazione antimafia, c'era la voglia di cambiare. Ho ancora le foto, i volantini di quello che doveva essere un giorno memorabile della Calabria: "Voltiamo pagina insieme", urlavano. Forse tra loro c'erano i genitori degli studenti che lo scorso anno hanno si sono ribellati all'omicidio Fortugno con il grido "ammazzatecitutti".
Quello che ci vuole è la coerenza tra pensiero e azione. Da uomo di fede, oltre al ricordo vivido e sincero di Don Peppino Diana, cita quelli che vanno in chiesa a pregare: "Signore ascoltami". Secondo don Ciotti persino il Signore si è stancato di stare a sentici. Vuole qualcos'altro. "Anche Cristo del resto, era un tipo di poche ed efficaci parole, quando diceva abbiate fame e sete di giustizia".
Le sua analisi sono amare, si dice preoccupato più dei morti vivi che di quelli ammazzati, e chiama a combattere la malattia mortale che è la rassegnazione. Don Ciotti non disgiunge la lucidità dalla fiducia. "I limiti ci sono, è innegabile. Ma devono essere strumenti per farci vedere cosa si può fare, possiamo farne una risorsa", risponde a quanti gli chiedono della nostra terra ferita. " Non possiamo chiedere allo Stato di fare la sua parte se noi non facciamo la nostra. La legalità è la saldatura tra la responsabilità e la giustizia". Per quasi due ore, don Ciotti, avvolge la sala di parole. Consegnandoci, alla fine, al silenzio delle nostre scelte quotidiane: "Che cosa si può fare di più, insieme?"

di Marilena Lucente


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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