La mafia delle parole
"La prima mafia da combattere è quella
delle parole. Ce ne sono troppe. Tutti parlano di diritti. Poi
dipende cosa fai". E' contro le parole, don Luigi Ciotti.
Contro il vuoto delle parole, contro il loro strapotere, contro
la loro insipienza rispetto ai fatti. Ogni giorno ci sono una ventina
di convegni dedicati alla mafia. Servono?
"
Ragazzi!!! dovete stare attenti alle parole", li chiama direttamente
in causa, sin dall'inizio. I ragazzi sono quelli delle scuole superiori
della provincia di Caserta che sabato mattina hanno incontrato
don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dal 1995 presidente
di "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie",
un network che coordina nell'impegno antimafia oltre 700 associazioni
e gruppi nazionali e locali.
E tra tutte le parole a cui prestare attenzione c'è ne una che deve renderci
particolarmente vigili: antimafia. Perché adesso le associazioni antimafia
nascono dalla mafia, sono un buon affare e servono a creare ambiguità,
scompiglio, sospetto. " Tra i pizzini di Provenzano, racconta Don Ciotti, è stato
trovato anche un messaggio di Campanella che gli chiedeva l'autorizzazione ad
organizzare una manifestazione contro la mafia. Il boss accetta. A condizione
però che si tratti di una bella manifestazione". Anche nella sua
ultima battaglia, l'uso sociale dei beni confiscati alla mafia - denaro sporco
e violenza che deve essere riscattata - don Ciotti ammette: "ne abbiamo
trovate tre di cooperative messe su dalla mafia che in questo modo si sono impossessate
dei "loro" beni sequestrati". E poi bisogna dare continuità a
quello che si fa. Non bastano, le lenzuola appese, i cortei a ridosso dei grandi
eventi, le parole che si sottraggono alla verifica dei fatti.
Però il discorso di don Ciotti fende il brusio degli studenti, le sue
sono parole che cercano attenzione, guardano diritto negli occhi di chi ascolta.
Si dispongono in forma di racconti inanellati tra loro: i ricordi delle umiliazioni
subite durante l'infanzia, povera e dignitosa, le testimonianze brucianti di
vita vissuta, come il tritolo piazzato qualche tempo fa, per lui, sull'autostrada
verso Udine. Stava andando, anche quella volta a parlare con gli studenti. Ricuce
brandelli di storia italiana: a Locri 36 anni fa c'era stata una grandissima
manifestazione antimafia, c'era la voglia di cambiare. Ho ancora le foto, i volantini
di quello che doveva essere un giorno memorabile della Calabria: "Voltiamo
pagina insieme", urlavano. Forse tra loro c'erano i genitori degli studenti
che lo scorso anno hanno si sono ribellati all'omicidio Fortugno con il grido "ammazzatecitutti".
Quello che ci vuole è la coerenza tra pensiero e azione. Da uomo di fede,
oltre al ricordo vivido e sincero di Don Peppino Diana, cita quelli che vanno
in chiesa a pregare: "Signore ascoltami". Secondo don Ciotti persino
il Signore si è stancato di stare a sentici. Vuole qualcos'altro. "Anche
Cristo del resto, era un tipo di poche ed efficaci parole, quando diceva abbiate
fame e sete di giustizia".
Le sua analisi sono amare, si dice preoccupato più dei morti vivi che
di quelli ammazzati, e chiama a combattere la malattia mortale che è la
rassegnazione. Don Ciotti non disgiunge la lucidità dalla fiducia. "I
limiti ci sono, è innegabile. Ma devono essere strumenti per farci vedere
cosa si può fare, possiamo farne una risorsa", risponde a quanti
gli chiedono della nostra terra ferita. " Non possiamo chiedere allo Stato
di fare la sua parte se noi non facciamo la nostra. La legalità è la
saldatura tra la responsabilità e la giustizia". Per quasi due ore,
don Ciotti, avvolge la sala di parole. Consegnandoci, alla fine, al silenzio
delle nostre scelte quotidiane: "Che cosa si può fare di più,
insieme?"
di
Marilena Lucente |