Cimitero
marino. Le infinite tragedie dell'immigrazione
Non è la poesia di Paul Valery. Purtroppo
non sono le sue parole che si appoggiano sulla pietra delle tombe,
sulla terra degli avi, non è il suo ricordo che vaga per
viali defunti: oggi il cimitero marino è il sepolcro atlantico.
La settimana scorsa la tragedia dell'immigrazione si è rinnovata
per l'ennesima volta nel rito crudele di un mare che si riprende
i suoi corpi. Circa cinquanta morti al largo delle Canarie. Era
una barca partita dal Senegal o dal Mali, poco importa, intercettata
da un aereo dell'esercito spagnolo: subito avvisato il Salvamento
Maritimo che invia nella zona due navi per tentare di portare in
salvo quel centinaio di africani. Era notte, un'onda troppo alta
ha vinto la resistenza di quella barca che viaggiava da dieci giorni
verso la speranza. Un colpo di mare. La barca si rovescia e getta
in acqua un centinaio di persone che fino a quel momento avevano
viaggiato come sardine, uno sopra l'altro, i muscoli ormai avevano
smesso di funzionare, cibo quasi niente, acqua da bere poca. Trovarsi
in mare di notte in quelle condizioni è fatale. 48 persone
vengono tratte in salvo, le altre vanno giù come corpi morti,
come se l'ultimo appiglio di vita fosse stato il legno maledetto
di quella barca. Non si può resistere troppo al mare quando
decide di prenderti. E il corpo ormai non esiste più. E'
tutto concentrato nel pensiero dell'approdo. Solo un porto può riconsegnare
la vita. Un colpo di mare. Il mare non è crudele. Il mare
sta lì ed esercita il suo mestiere, alza onde e inghiotte.
Crudele è quello che avviene sulla terra. Crudele è la
mafia che organizza le spedizioni di morte. Crudele è l'incapacità di
un'Europa che non riesce a trovare una soluzione. Europa che è desiderio
di viaggiatori coraggiosi.
Dal Pais del 22 luglio si legge di un'altra ondata di candidati
alla tragedia. La Guinea Conakri è diventata il punto di
raccolta di centinaia di migliaia di asiatici in cerca di futuro.
Sono tutti quelli espulsi dagli Emirati Arabi Uniti. Indiani, pachistani,
cingalesi che hanno lavorato per gli Emirati, arruolati per creare
il più ridicolo paradiso sulla terra. Petrolio trasformato
in grattacieli, isole artificiali, lusso. Terminato il loro lavoro,
per questi indiani pachistani cingalesi c'è l'espulsione.
E' così che da alcuni anni gli Emirati cacciano centinaia
di migliaia di persone che hanno contribuito a costruire la loro
follia. Centinaia di migliaia di persone che ad un certo punto
sono costrette a guardarsi intorno, a tornare nel Paese da cui
sono scappati non ci pensano proprio, e allora fanno rotta verso
l'Europa. Una rotta infinita, per loro cominciata già il
giorno che hanno deciso di raggiungere quel Paese fatto di deserto
e oro nero. Una volta espulsi, cominciano ad attraversare l'Africa
per arrivare al porto di partenza per l'Europa. Qualcuno si perde
per strada. Molti si fermano al Cairo, ad Addis Abeba, a Tunisi,
a Lagos, tentando altre fortune: ma il grosso arriva in Guinea
Conakri, tutti pronti a gettarsi nel sepolcro atlantico. Tutti
pronti a farsi merce del traffico di esseri umani. Sono lì e
aspettano la prima barca in cui stiparsi per affrontare il loro
viaggio. Forse sarebbe meglio organizzarsi per evitare il ripetersi
del dramma. Oppure ci resta di fare i becchini del mare, fare ancora
una volta la conta dei dispersi, struggerci di fronte ai corpi
gonfi di acqua salata. Il nostro è un cimitero senza poesia.
Il mare non conosce tombe, la sabbia dei fondali non accoglie i
corpi, è la sostanza marina che li dissolve, cancellando
insieme il loro ricordo. Non ci sono viali da attraversare spingendo
in alto la memoria. Il mare di Valery è fatto di schizzi
e di schiuma lontani. E' panorama. E' culla che non travolge. Il
nostro cimitero marino, è gorgo, è oblio, non ci
sono croci ficcate nella terra, né epigrafi, né pianti.
Un maresanto che non dà sollievo, solo rimorso.
Antonio Costantino |