Gli
stanziamenti previsti nel documento di politica finanziaria,
che hanno trovato ospitalità nella recente legge
296 del 27 dicembre 2006, non sono sfuggiti alla logica
già anticipata in precedenza e che prevedeva di
recuperare 14,8 miliardi di euro di aggiustamento netto
per riportare il deficit tendenziale dal 4 al 2,8%. Insomma
sviluppo non se ne vede, nel senso che l’attore politico – il
Governo – non assume il timone dell’economia
per indirizzare il paese in una rotta di sviluppo sicuro
e sostenuto. Manca del tutto un progetto. E’ vero
che in uno scenario globalizzato l’influenza dei
paesi nazionali si ridimensiona fortemente, tuttavia alcune
scelte non possono né devono dipendere dai governi
soprannazionali, specialmente poi se questi sono orientati
e forse anche diretti dalle banche centrali come la BCE.
E’ vero che la nuova curva Irpef che è stata disegnata nella Finanziaria è più favorevole,
in termini di prelievo, nei confronti dei redditi da lavoro dipendente e da pensione
fino ad un ammontare di 40 mila euro all’anno, tuttavia i benefici, sottolineati
dagli estensori della stessa, si riducono grandemente se si considera che i nuclei
familiari con tre e più figli ormai rappresentano una minoranza se è vero
come è vero che dati Istat concludono che il tasso di natalità in
Italia è uno dei più bassi del mondo, e che ogni donna in età di
fertilità mette al mondo 1,3 figli nell’intero arco della sua vita.
Anche in questa visione si orienta la decisione della riscrittura dal 1° gennaio
2007 della curva degli assegni per il nucleo familiare che ricevono una discreta
rivalutazione molto concentrata tuttavia per i nuclei numerosi (più di
tre figli).
A questa prima considerazione, ed alla quale ne seguiranno, nel prosieguo di
questo articolo, delle altre, va aggiunta una obiezione di fondo che suona da
monito solenne proprio a chi nella compagine doveva agire da “cane da guardia”,
tralasciando la solita e stantia critica a cose fatte, avanzata qualche sera
fa a “Ballarò” dalla sindacalista di turno, la quale “finalmente” si è accorta
che i lavoratori hanno ricevuto poco o nulla. L’Istat di recente ha diffuso
alcuni dati che hanno segnalato l’esistenza nel nostro paese di una disuguaglianza
spaventosa. Nel 2004, in pieno governo Berlusconi, l’Istituto di Statistica
Nazionale ha rilevato che il 20 per cento più ricco della popolazione
italiana ha ottenuto il 40 per cento circa del reddito totale prodotto, mentre
il 20 per cento più povero ha ricevuto soltanto l’8 per cento. Alcune
tipologie familiari risultano più esposte. Le coppie con due o più figli
minori, i monogenitori, gli anziani soli, le famiglie monoreddito, quelle in
cui il reddito principale è guadagnato da una persona con basso titolo
di studio.
Ecco alla luce di questa amara evidenza, di questo spaccato doloroso alcune forze
politiche avrebbero dovuto imporre una sorta di resa dei conti, un mettersi intorno
ad un tavolo il giorno dopo dalla divulgazione di quei dati, per affrontare il
problema della redistribuzione della ricchezza con la messa in cantiere, per
il varo nell’anno 2007, di uno strumento specifico e universale di contrasto
della povertà, al fine di difendere al meglio i bisogni di una parte considerevole
di quelle famiglie che vivono come le ha definite l’Istat “in penose
ristrettezze”.
Emerge con chiarezza, da questa drammatica disamina, che con il solo strumento
fiscale la povertà non la si contrasta. E che in questo modo significativi
risultati non possano mai essere raggiunti sta nel fatto che, sia la riforma
del ministro Tremonti che quella appena disegnata dal ministro Padoa Schioppa,
non hanno invertito né invertiranno il drammatico disagio segnalato. Né va
sottaciuto il fatto che il “Rapporto annuale sulle politiche contro la
povertà e l’esclusione sociale. Anno 2001” sottolineava appunto
che con il fisco non sarebbero stati raggiunti alcuni significativi risultati.
E’ mancato il coraggio di riprendere ed estendere con una legge organica
e finanziata quell’approccio iniziato in Campania qualche anno fa e che
fu impropriamente chiamato “reddito minimo garantito”. Un istituto
si badi che non ha nulla di eclatante o di “sovversivo” perché in
tanti paesi europei già esiste e serve a colmare quella differenza di
reddito che alcune fasce di cittadini non riescono a raggiungere.
Per ritornare alla Finanziaria si osserva che il recupero in termini di minor
Irpef, fissato per i percettori di reddito da lavoro e da pensione fino a 40
mila euro, sarà in buona parte compensato dalle maggiori imposte della
fiscalità locale, che comuni e regioni deliberanno entro il 31 marzo 2007
in materia appunto di aliquote relative ai tributi di loro competenza quali Ici
e addizionali Irpef . E’ stata aggiunta un’ulteriore imposta chiamata
di scopo e con la quale i comuni dovrebbero coprire lavori specifici. Un modo
come un altro per ridurre gli interventi centrali e porli a carico delle comunità locali.
Anche le aliquote previdenziali sia esse riferite ai lavoratori autonomi che
a quelli dipendenti aumentano e quindi incideranno sulle buste paga mensili e
sui redditi annuali di commercianti e artigiani, con la differenza che questi
ultimi potranno immediatamente recuperare trasferendo i maggiori prelievi sul
consumatore finale attraverso i prezzi.
Non sfugge infine la pioggia di aumenti delle tariffe amministrate deciso ad
inizio d’anno a cominciare dai biglietti delle ferrovie, per un servizio
il più delle volte lento ed inefficiente, che da oltre venti anni si dice
che si stia rinnovando e che invece sembra si stia risolvendo come un altro di
quei scandali tipicamente italiani per l’enormità dei fondi stanziati
ed aggiornati con la Finanziaria e spesi e con risultati insignificanti come
la Tav della quale fu segnalato lo spreco in occasione dell’apertura della
tratta Roma-Napoli, la quale ad un anno dall’inaugurazione termina ancora
a Frignano.
Anche la scuola e l’università non hanno ricevuto i fondi necessari
ad invertire il corso della tendenza. E’ vero come più volte è stato
sottolineato che nell’arco della legislatura 150.000 precari entreranno
in pianta stabile, ma è pur vero di converso che nell’arco di un
anno circa settantamila professori andranno in pensione per cui il precariato
continuerà ad alimentarsi. Miglior fortuna al di là degli sforzi
del ministro Mussi non ha avuto l’università, la quale ben altro
aveva bisogno per recuperare in termini di ricerca pura.
Intanto tra ieri e oggi il Governo decide, nel “vertice di Caserta” il
futuro della legislatura. Su questo vertice aleggia il documento preparato dal
vice premier Rutelli. “Porre al centro il cittadino-consumatore” è il
titolo del documento ed ha l’obiettivo principale di liberalizzare buona
parte dei servizi di pubblica utilità a cominciare dai trasporti.
E’ difficile comporre visioni di politica economica tanto diverse come
quelle presenti della compagine governativa. E’ vero che i sevizi pubblici
in questo paese sono molto deficitari, ma paesi che hanno da anni sperimentato
privatizzazioni massicce non è che abbiano raggiunto risultati migliori
né abbiano conseguito risparmi significativi.
In conclusione si può dire che la Finanziaria sia stata scritta tenendo
presente innanzitutto il disavanzo pubblico ed i dettami dell’EU, ma anche
in funzione di un paese che vuol ridurre ulteriormente la presenza del pubblico
assegnandogli le poche e canoniche materie come la difesa, la sicurezza, la sanità e
le grandi opere pubbliche. Ben poca cosa rispetto ai bisogni crescenti di un
paese che in tendenza aumenterà il numero degli anziani perché si
vive di più e ciò è un fatto positivo, ma soprattutto in
considerazione del fatto che la giungla della globalizzazione produce i suoi
effetti negativi specialmente nei confronti delle classi più deboli, che
appunto dallo Stato dovrebbero ricevere maggiore tutela.
Si aspettava Godot, ma neanche è venuto.
Antonio
Casolaro |