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Politica - 05.01.2007

Ma dov'è la discontinuità?
La Finanziaria 2007 premia l'industria militare, anche utilizzando i soldi del Tfr
Penalizzati i servizi, sanità e scuola in particolare. Aumentano i nuovi poveri

Si era capito che il disastro dei conti pubblici ereditato era più severo di quanto si potesse immaginare. In questo quadro i timori dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, nonché, naturalmente, per chi un lavoro non ce l’ha erano giustificati.
Il pessimismo tuttavia assumeva caratteri meno profondi, dal momento che la compagine governativa annoverava forze, come dire, non fermamente convinte della scelta liberista.
La Finanziaria invece ha confermato i timori, ribadendo la politica delle liberalizzazioni.

Gli stanziamenti previsti nel documento di politica finanziaria, che hanno trovato ospitalità nella recente legge 296 del 27 dicembre 2006, non sono sfuggiti alla logica già anticipata in precedenza e che prevedeva di recuperare 14,8 miliardi di euro di aggiustamento netto per riportare il deficit tendenziale dal 4 al 2,8%. Insomma sviluppo non se ne vede, nel senso che l’attore politico – il Governo – non assume il timone dell’economia per indirizzare il paese in una rotta di sviluppo sicuro e sostenuto. Manca del tutto un progetto. E’ vero che in uno scenario globalizzato l’influenza dei paesi nazionali si ridimensiona fortemente, tuttavia alcune scelte non possono né devono dipendere dai governi soprannazionali, specialmente poi se questi sono orientati e forse anche diretti dalle banche centrali come la BCE.
E’ vero che la nuova curva Irpef che è stata disegnata nella Finanziaria è più favorevole, in termini di prelievo, nei confronti dei redditi da lavoro dipendente e da pensione fino ad un ammontare di 40 mila euro all’anno, tuttavia i benefici, sottolineati dagli estensori della stessa, si riducono grandemente se si considera che i nuclei familiari con tre e più figli ormai rappresentano una minoranza se è vero come è vero che dati Istat concludono che il tasso di natalità in Italia è uno dei più bassi del mondo, e che ogni donna in età di fertilità mette al mondo 1,3 figli nell’intero arco della sua vita. Anche in questa visione si orienta la decisione della riscrittura dal 1° gennaio 2007 della curva degli assegni per il nucleo familiare che ricevono una discreta rivalutazione molto concentrata tuttavia per i nuclei numerosi (più di tre figli).
A questa prima considerazione, ed alla quale ne seguiranno, nel prosieguo di questo articolo, delle altre, va aggiunta una obiezione di fondo che suona da monito solenne proprio a chi nella compagine doveva agire da “cane da guardia”, tralasciando la solita e stantia critica a cose fatte, avanzata qualche sera fa a “Ballarò” dalla sindacalista di turno, la quale “finalmente” si è accorta che i lavoratori hanno ricevuto poco o nulla. L’Istat di recente ha diffuso alcuni dati che hanno segnalato l’esistenza nel nostro paese di una disuguaglianza spaventosa. Nel 2004, in pieno governo Berlusconi, l’Istituto di Statistica Nazionale ha rilevato che il 20 per cento più ricco della popolazione italiana ha ottenuto il 40 per cento circa del reddito totale prodotto, mentre il 20 per cento più povero ha ricevuto soltanto l’8 per cento. Alcune tipologie familiari risultano più esposte. Le coppie con due o più figli minori, i monogenitori, gli anziani soli, le famiglie monoreddito, quelle in cui il reddito principale è guadagnato da una persona con basso titolo di studio.
Ecco alla luce di questa amara evidenza, di questo spaccato doloroso alcune forze politiche avrebbero dovuto imporre una sorta di resa dei conti, un mettersi intorno ad un tavolo il giorno dopo dalla divulgazione di quei dati, per affrontare il problema della redistribuzione della ricchezza con la messa in cantiere, per il varo nell’anno 2007, di uno strumento specifico e universale di contrasto della povertà, al fine di difendere al meglio i bisogni di una parte considerevole di quelle famiglie che vivono come le ha definite l’Istat “in penose ristrettezze”.
Emerge con chiarezza, da questa drammatica disamina, che con il solo strumento fiscale la povertà non la si contrasta. E che in questo modo significativi risultati non possano mai essere raggiunti sta nel fatto che, sia la riforma del ministro Tremonti che quella appena disegnata dal ministro Padoa Schioppa, non hanno invertito né invertiranno il drammatico disagio segnalato. Né va sottaciuto il fatto che il “Rapporto annuale sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale. Anno 2001” sottolineava appunto che con il fisco non sarebbero stati raggiunti alcuni significativi risultati.
E’ mancato il coraggio di riprendere ed estendere con una legge organica e finanziata quell’approccio iniziato in Campania qualche anno fa e che fu impropriamente chiamato “reddito minimo garantito”. Un istituto si badi che non ha nulla di eclatante o di “sovversivo” perché in tanti paesi europei già esiste e serve a colmare quella differenza di reddito che alcune fasce di cittadini non riescono a raggiungere.
Per ritornare alla Finanziaria si osserva che il recupero in termini di minor Irpef, fissato per i percettori di reddito da lavoro e da pensione fino a 40 mila euro, sarà in buona parte compensato dalle maggiori imposte della fiscalità locale, che comuni e regioni deliberanno entro il 31 marzo 2007 in materia appunto di aliquote relative ai tributi di loro competenza quali Ici e addizionali Irpef . E’ stata aggiunta un’ulteriore imposta chiamata di scopo e con la quale i comuni dovrebbero coprire lavori specifici. Un modo come un altro per ridurre gli interventi centrali e porli a carico delle comunità locali. Anche le aliquote previdenziali sia esse riferite ai lavoratori autonomi che a quelli dipendenti aumentano e quindi incideranno sulle buste paga mensili e sui redditi annuali di commercianti e artigiani, con la differenza che questi ultimi potranno immediatamente recuperare trasferendo i maggiori prelievi sul consumatore finale attraverso i prezzi.
Non sfugge infine la pioggia di aumenti delle tariffe amministrate deciso ad inizio d’anno a cominciare dai biglietti delle ferrovie, per un servizio il più delle volte lento ed inefficiente, che da oltre venti anni si dice che si stia rinnovando e che invece sembra si stia risolvendo come un altro di quei scandali tipicamente italiani per l’enormità dei fondi stanziati ed aggiornati con la Finanziaria e spesi e con risultati insignificanti come la Tav della quale fu segnalato lo spreco in occasione dell’apertura della tratta Roma-Napoli, la quale ad un anno dall’inaugurazione termina ancora a Frignano.
Anche la scuola e l’università non hanno ricevuto i fondi necessari ad invertire il corso della tendenza. E’ vero come più volte è stato sottolineato che nell’arco della legislatura 150.000 precari entreranno in pianta stabile, ma è pur vero di converso che nell’arco di un anno circa settantamila professori andranno in pensione per cui il precariato continuerà ad alimentarsi. Miglior fortuna al di là degli sforzi del ministro Mussi non ha avuto l’università, la quale ben altro aveva bisogno per recuperare in termini di ricerca pura.
Intanto tra ieri e oggi il Governo decide, nel “vertice di Caserta” il futuro della legislatura. Su questo vertice aleggia il documento preparato dal vice premier Rutelli. “Porre al centro il cittadino-consumatore” è il titolo del documento ed ha l’obiettivo principale di liberalizzare buona parte dei servizi di pubblica utilità a cominciare dai trasporti.
E’ difficile comporre visioni di politica economica tanto diverse come quelle presenti della compagine governativa. E’ vero che i sevizi pubblici in questo paese sono molto deficitari, ma paesi che hanno da anni sperimentato privatizzazioni massicce non è che abbiano raggiunto risultati migliori né abbiano conseguito risparmi significativi.
In conclusione si può dire che la Finanziaria sia stata scritta tenendo presente innanzitutto il disavanzo pubblico ed i dettami dell’EU, ma anche in funzione di un paese che vuol ridurre ulteriormente la presenza del pubblico assegnandogli le poche e canoniche materie come la difesa, la sicurezza, la sanità e le grandi opere pubbliche. Ben poca cosa rispetto ai bisogni crescenti di un paese che in tendenza aumenterà il numero degli anziani perché si vive di più e ciò è un fatto positivo, ma soprattutto in considerazione del fatto che la giungla della globalizzazione produce i suoi effetti negativi specialmente nei confronti delle classi più deboli, che appunto dallo Stato dovrebbero ricevere maggiore tutela.
Si aspettava Godot, ma neanche è venuto.

Antonio Casolaro

   

Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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