conformisticamente
sprezzanti: basti pensare alla cella immeritata di Adriano
Sofri o al pelosissimo linciaggio di Daniel CohnBendit,
riletto (e tradotto) trent'anni dopo in una losca chiave
pedofila. Ma è noto che tra i pregi di Gaber c'è la
solitudine del giudizio, e l'assoluta indifferenza alle
opinioni correnti.
A parte la nobiltà dell'omaggio al Sessantotto, la grande intuizione artistica
della canzone sta però in quell'umore aggiunto, in quella riflessione
più pacata, e universale, sullo sfumare degli anni. Così che quasi
ogni generazione, ascoltandola, potrebbe riconoscersi nel destino di anacronismo
e di sconfitta che segna, sempre, l'abbandono della giovinezza.
Pur potendosi contare diversi artisti - e tra essi molti cantautori - che stanno
vivendo una proficua maturità, la capacità di Gaber di fare perno
perfino sull'invecchiamento per sollevarsi da terra di un bel palmo, emozionarsi
ed emozionare l'uditorio, è più unica che rara. La sua forza, d'altra
parte, è sempre stata l'uso perfino doloroso del «sé»,
spremuto sulla scena fino all'ultima stilla.
Non stupisce, dunque, che un anziano attorecantore, dopo quasi mezzo secolo di
carriera e tre decenni tondi di grande teatro, riesca a fare della sua figura
segnata e claudicante un indomabile strumento artistico, forte nei toni, e dalla
mira precisa, pesante e leggero a seconda del calibro espressivo scelto. Si è sempre
sentito, d'altra parte, dire bene e dire male delle canzoni di Gaber, a seconda
delle sensibilità urtate o gratificate. Ma si è sempre sentito
dire solamente bene di Gaber, voce e corpo di una storia artistica formidabile,
germinata nel rock'n'roll, fortificata negli show televisivi di anni nei quali
in televisione arrivavano solo i migliori e non i peggiori, infine sbocciata
in teatro con una lunga e interminata saga di onemanshow che hanno descritto
e commentato tutti o quasi i momenti decisivi della cultura e del costume nazionali.
La razza in estinzione dice che quel racconto non è finito. E che, in
fin dei conti, nessuna generazione ha perso finché qualcuno avrà le
parole per raccontarla.
Michele Serra
http://signorg.altervista.org/
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