Home
Impronte sociali
Consulta
Sezioni
Forum
Abbonamenti
Contatti
Mappa
Home
Impronte sociali
Consulta
Editoriali
Sezioni
Gallerie fotografiche
Newsletter
Forum
Redazione
Collabora
Abbonamenti
Weblinks
Contatti

 
Speciali
  - Il Nostro Sud
- Discarica Lo Uttaro
In costruzione
In costruzione
 
Ambiente - 22.12.06

Il rischio di troppe città.

Il prossimo anno segna una pietra miliare nella storia della saga umana, uno sconvolgimento non dissimile a quello dell’era agricola e della Rivoluzione industriale. Per la prima volta nella storia, la maggioranza degli esseri umani vivranno in vaste aree urbane, molti in grandi città ed estensioni suburbane con una popolazione di oltre 10 milioni, secondo le Nazioni Unite. Siamo diventati ‘Homo Urbanus’.
200 anni fa, una persona poteva incontrare 200, 300 persone nel corso della vita. Oggi una persona che vive a new York può vivere tra 220 mila persone entro un raggio di 10 minuti dalla sua abitazione o l’ufficio a Manhattan.
Il sociologo Elias Canetti, una volta sottolineò il fatto che ognuno di noi è re di un campo di cadaveri. Se noi ci fermassimo per un momento a pensare sul numero di creature e sulle risorse della terra e su i materiali che

noi abbiamo espropriato e consumato nel corso della nostra vita, saremmo disgustati dalla carneficina e dallo sperperio commesso per assicurarci l’esistenza.
Una gran quantità di persone vivendo nelle metropoli consumano una grandissima quantità di energie della terra per mantenere le loro infrastrutture e per lo svolgersi giornaliero delle loro attività. Le Sears Tower di Chicago consumano più elettricità della cittadina di Rockford con 152 mila abitanti. Ancor più sbalorditivo, la nostra specie consuma oltre il 40% del prodotto base della terra – la quantità di energia solare convertita dalle piante per la fotosintesi – anche se noi siamo solo meta dell’uno per cento delle masse animali sul pianeta. Questo sta a significare che ne rimane da utilizzare di meno per tutte le altre specie viventi.
Gli scienziati ci dicono che nel corso della vita di chi è ora un bambino quello che è incontaminato scomparirà dalla faccia della terra. L’autostrada trans- amazzonica che taglia a metà l’intera distesa della foresta pluviale amazzonica sta affrettando la scomparsa del più grande habitat selvaggio. Le altre regioni incontaminate dal Borneo al bacino del Congo stanno scomparendo rapidamente col passare dei giorni, ingrossando le fila di essere umani che cercano spazi e risorse per vivere.
Non ci stupiamo di (secondo il biologo di Harvard, E. O. Wilson,) sperimentare la più grossa ondata di estinzione di specie animali in 65 milioni di anni. Stiamo perdendo da 50 a 150 specie al giorno, da diciottomila a cinquantamila specie all’anno. Tutto questo dove ci porterà? Cerchiamo di immaginare mille città da un miliardo o più di persone nei prossimi trentacinque anni. L’idea è pazzesca ed è insostenibile per la terra. Non mi va di rovinare la festa, ma forse durante i festeggiamenti dell’urbanizzazione della razza umana nel 2007 potrebbe essere opportuno ripensare al modo in cui viviamo.
Certo c’è molto di piacevole sulla vita urbanizzata, la sua ricchezza culturale e gli incontri sociali e la sua densa attività commerciale. Ma la questione sta nella grandezza e nelle proporzioni. Noi dobbiamo a lungo ponderare su come ridurre l’accrescimento demografico e sviluppare un urbanizzazione sostenibile che faccia ricorso a energia e a risorse in modo più efficace, che sia meno inquinante e progettata in modo da proporre una sistemazione idonea allo stile di vita umano.
Nella grande era dell’urbanizzazione noi stiamo sempre più escludendo la razza umana dal resto della natura credendo di essere in grado di conquistare , colonizzare , ed sfruttare le ricchezze del pianeta in modo da assicurare la nostra autonomia senza minimamente pensare alle conseguenze su di noi e sulle generazioni future. Nella prossima fase della storia umana , dobbiamo studiare un per integrarci al resto del pianeta se vogliamo preservare la nostra specie e conservare la Terra per chi, della nostra stessa specie, verrà dopo di noi.

di Jeremy Rifkin apparso sul Washington Post il 18 dicembre 2006.
Traduzione ed adattamento di Roberta Pavone


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
COPYLEFT La riproduzione dei materiali presenti in questo sito è libera e incoraggiata - Se copiate, citate la fonte.