femminile.
E' necessario che questo linguaggio,
che nella vita comune è significativo, trovi un suo
posto per contribuire ai processi di pace. Linguaggio femminile
significa anche capacità di mediazione, di soluzione
dei conflitti, assunzione di responsabilità. Vedo
che le ragazze hanno una grande consapevolezza di questo,
anche perchè loro sono diverse da come siamo io e
la signora Napolitano , che apparteniamo ad una generazione
passata, in cui la donna ha dovuto conquistare i suoi spazi.
Quest'anno si ricorda il sessantesimo anniversario del voto
alla donna. Noi i nostri spazi abbiamo dovuto conquistarli,
loro già li hanno a disposizione. Allora che comincino
ad operare in questi spazi che altri hanno conquistato per
loro, svolgendo il ruolo che la società richiede.
Sono passati circa
cinque mesi dalle elezioni regionali in Sicilia: possiamo
fare un bilancio?
Qual è la Sicilia
oggi, quella governata da Totò Cuffaro?
La Sicilia purtroppo oggi è esattamente quella che
era ieri, cioè prima di queste elezioni, con l'aggravante
che sono passati cinque mesi. La situazione finanziaria,
economica, è molto grave: lo era già ed ora
i problemi si sono incancreniti. Totò Cuffaro si è assunto
un ruolo, quello di scaricare tutte le responsabilità di
ciò che oggi accade o non accade in Sicilia sul governo
nazionale, ma non su quello passato come sarebbe più logico,
visto che ha governato per cinque anni. Due governi dello
stesso segno hanno prodotto questo disastro per la Sicilia
e oggi le colpe vengono addossate al governo Prodi, che ancora
non ha fatto in tempo a fare disastri, se non altro; diciamo
questo! Il governo Cuffaro non riesce a far quadrare i conti
e trova questo escamotage: mi sembra un fatto molto preoccupante
e molto triste per la Sicilia. Praticamente cinque anni di
promesse mancate e poi riproposte, già si rivelano
per quello che sono, delle promesse senza futuro.
Il problema della
casa è una emergenza in Sicilia.
In questi giorni si è parlato di cinquanta persone
senza tetto che hanno occupato la cattedrale di Palermo perchè volevano
degli alloggi: alloggi che, dopo essere stati confiscati
alla mafia, non erano stati concessi...
Purtroppo in Sicilia si parla
sempre di emergenza, ma ci sono troppe cose che non si
possono considerare emergenze
perchè durano da sempre. Il problema della casa è un
problema che esiste da troppo tempo e che, amministrazione
dopo amministrazione, di qualunque genere e di qualunque
tipo, non si riesce, o non si vuole, affrontare. E allora
davanti ad una situazione in cui l'abusivismo dilaga, in
cui non ci sono alloggi sufficienti, c'è stato un
gruppo di persone che ha deciso di occupare (loro preferiscono
dire, e sono d'accordo, presidiare, perchè non impediscono
l'accesso, perchè non manifestano in maniera eclatante
tanto da disturbare) la cattedrale. Hanno scelto questo luogo
per essere visibili e per richiamare l'attenzione sul loro
problema che è grave. Non si tratta solo di persone
che non hanno alloggio e che non hanno ricevuto risposte,
ma anche di persone che si erano inserite in un percorso
legale, che rispettava le regole e che hanno atteso a lungo
dopo aver chiesto che i loro diritti venissero riconosciuti,
tanto che avevano richiesto l'assegnazione di beni confiscati
alla mafia per poter risiedere. Io conosco questo caso perchè l'ho
già seguito quando operavo all'interno della società civile:
devo dire che non hanno mai dato luogo a disordini. Alcuni
di loro hanno ottenuto il risultato di avere come alloggio
un bene confiscato alla mafia, gli altri chiedono che questo
metodo si continui ad applicare, e invece non lo si vuole
applicare. Mi sembra che questo sia un modo di richiamare,
con grande dignità, l'attenzione su un problema, che è un
problema incancrenito. Credo che, se la gente che vive i
disagi di una Sicilia che, anche per colpa della mafia, si
trova in queste condizioni, chiede di riavere il maltolto,
ciò vada considerato come una presa di posizione coraggiosa.
Hanno scelto di non andare dal solito padrino, ma dalle istituzioni,
a chiedere: "dateci quello che i mafiosi ci hanno tolto".
A proposito di mafia:
lei è sicuramente, nel 2006
in Italia, una persona simbolo per la lotta contro di essa;
eppure ha rifiutato di far parte della Commissione Antimafia.
Perchè?
Lo avevo annunciato già durante la campagna elettorale.
Questa Commissione Antimafia regionale, così come è stata
gestita, non solo è una Commissione Antimafia che
per sua natura ha pochi poteri, in confronto alla Commissione
Nazionale, ma quegli stessi pochi poteri non sono stati neanche
utilizzati per cercare di fare almeno qualcosa. Nella scorsa
legislatura, in cinque anni, questa Commissione Antimafia,
non solo si è riunita pochissimo, ma non ha prodotto
nulla, nessun documento, nessun atto concreto. Io non voglio
essere chiusa in un recinto, dentro il quale non riesco ad
operare. Io rappresento un progetto, qualcosa che in Sicilia
ha avuto un buon seguito, ha saputo e potuto esprimersi,
e questo voglio continuare a rappresentare. Mentre rifiuto
di far parte della Commissione Antimafia, rilancio il progetto "Un'altra
Storia": quello che si è creato intorno alla
mia candidatura e alla mia campagna elettorale. Io voglio
fatti concreti, e voglio agire concretamente: dentro questa
Commissione Antimafia non potrei agire. Devo dire che la
coalizione che mi sostiene, l'Unione, ha recepito questo
messaggio, lo ha fatto proprio, e infatti, tutti insieme,
abbiamo presentato un disegno di legge in cui si chiede di
abrogare questa Commissione Antimafia. Una provocazione,
ovviamente: noi vogliamo che la Commissione Antimafia possa
agire e possa avere, nell'ambito dei suoi poteri, che bisogna
anche rivedere, la possibilità di influire su questa
società; non che sia l'ennesima commissione che non
serve a nulla.
Arrestati Riina e
Provenzano, la mafia, per forza di cose, è qualcos'altro.
Alcuni dicono che la mafia ora è "bianca",
per spiegare un fenomeno criminale più sotterraneo...
Lei come vede la mafia oggi, come la descriverebbe?
La mafia nel corso degli
anni, in più di un secolo
ormai, ha sempre avuto una grande capacità di cambiare
e di adattarsi alle situazioni. Si è adattata anche
dopo la cattura di Totò Riina, inabbissandosi perchè era
l'unica cosa che poteva fare in un momento di grande difficoltà.
Si è trasformata, è diventata la mafia di Provenzano,
cioè non la mafia buona, tutt'altro. Provenzano era
già con Riina, non è il buono della situazione
perchè non ha più ucciso o ha ordinato di non
uccidere. Provenzano è un uomo che ha deciso di cambiare
strategia perchè quella era più conveniente
in quel momento, cioè quella di inabbissarsi per poter
fare affari. Gli affari sono certamente più legati
ai colletti bianchi, ai vari livelli, ma non bisogna andare
avanti per stereotipi e per frasi fatte. La mafia è una
realtà complessa in cui convivono sia la parte operativa,
i macellai, come sono stati chiamati in un certo periodo,
ma anche le sue teste pensanti, cioè quelli che amministrano
effettivamente, spostano capitali, entrano negli appalti
e tutto il resto. Certo l'immagine di Provenzano, che abbiamo
visto vivere come un pecoraio in mezzo ai formaggi, alla
ricotta e agli escrementi di capre, è fuorviante.
Provenzano è stato il comandante delle strategie militari
di una mafia che però ha pure le sue teste pensanti.
Non che Provenzano non fosse una testa pensante, lo era ma
ad un livello diverso. Ci sono vari ruoli all'interno della
mafia: uno è quello di Provenzano, uno è quello
di Riina, uno è quello dei cosiddetti colletti bianchi.
Oggi la mafia è sicuramente forte, ben organizzata,
ha avuto il tempo, nel periodo dell'inabbissamento, di riorganizzarsi
e di tessere nuove alleanze. Perchè dico questo con
tanta certezza? Perchè se la mafia non avesse alleanze
e non avesse appoggi non sarebbe quella che è, sarebbe
rimasta quella che era in altri tempi semmai, cioè una
mafia operativa lì dove le necessità dettavano
le azioni. Questa è una mafia sicuramente molto organizzata,
in cui c'è posto per i Provenzano e per i colletti
bianchi ed in cui c'è posto anche per chi succede
a Provenzano, perchè non è mai successo che
nella mafia ci siano stati vuoti di potere. Probabilmente
il nuovo capo c'è già, si possono fare ipotesi
su chi sia, ma sicuramente c'è. Quanti latitanti importanti
abbiamo ancora? Il primo è Matteo Messina Denaro;
poi c'è Lo Piccolo... Ci sono i nomi attorno a cui
i magistrati hanno lavorato e continuano a lavorare, e c'è una
strategia che ancora non conosciamo a fondo.
Si sta parlando molto,
in questi giorni, del caso dello scrittore napoletano
Roberto Saviano,
che ha scritto questo
romanzo, "Gomorra", fortemente critico contro la
camorra, che poi proprio la camorra stessa ha minacciato
più volte. Quindi, intorno a lui, si sono stretti
sia lo Stato che i media, ma anche molti intellettuali. Quindici
o venti anni fa, questa cosa sarebbe potuta accadere?
Sicuramente c'è stata un'evoluzione in questi ultimi
quindici o venti anni. C'è già stata con l'azione
di Falcone e Borsellino, che ha dimostrato che la mafia non
era invincibile e soprattutto non era inattaccabile. Hanno
cambiato la strategia della lotta alla mafia, ne hanno fatto
un metodo, che ancora adesso funziona. Un metodo che ha fatto
tanta paura, al punto che si è cercato di spuntarlo
in tutti i modi. Quindi alcune cose sono cambiate: è maturata
la coscienza della società civile. L'antimafia è nata
contemporaneamente alla mafia, all'inteno della società,
già nel passato. Le lotte contadine, i sindacalisti
uccisi, i vari Placido Rizzotto, i Peppino Impastato, i magistrati
e poi i poliziotti e poi i giornalisti, segno di una attenzione
nei confronti della mafia che non si limitava soltanto alle
azioni repressive di magistratura e forze dell'ordine. Questo
progetto sicuramente si amplifica e si approfondisce dopo
le stragi del 1992, con la maturazione di generazioni più giovani
che prendono coscienza. Ne abbiamo avuto una prova qui, ancora,
oggi. Io di prove simili, in questi quattordici anni, ne
ho accumulate tante. Ormai la mafia è vista in maniera
intelligente, non più come un problema che riguarda
solo la Sicilia: viene analizzato e sviscerato dalle nuove
generazioni che hanno una consapevolezza diversa. Oggi citavo
una frase di mio fratello che ritengo ancora valida. Paolo
diceva: "alla volontà vera della politica di
combattere la mafia io non ho mai creduto" ed è vero
perchè è mancata sempre la continuità,
e la continuità nella lotta alla mafia non la possono
assicurare nè la sola società, nè soltanto
i magistrati e le forze dell'ordine, ma come diceva sempre
Paolo: "deve essere un movimento culturale, morale e
anche religioso che attacchi questo problema e lo faccia
proprio. Quando le nuove generazioni le negheranno il consenso,
la mafia non esisterà più". Allora forse
siamo sulla strada giusta, però se a questa nuova
sensibilità e a questa consapevolezza non si affianca
una volontà vera da parte della politica e delle Istituzioni
di affrontare una volta per tutte il problema mafioso con
continuità (la parola magica è questa, quella
che è mancata sempre) continueremo a ritrovarci la
mafia sul groppone, sia quella di Totò Riina, sia
quella di Provenzano, sia quella dei colletti bianchi, sia
quella dei Messina Denaro o di chi per essi.
a cura di Radio Città del Capo e Universo Tv
www.radiocittadelcapo.it
www.universotv.it
Fonte: www.megachip.info |