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Lavori in corso - 02.03.2007

Mattinate per gli Uffici

Una di quelle mattinate trascorse per uffici. Una bolletta errata, un certificato da consegnare, un versamento da fare. Insomma, quel tempo consumato su sedie scomode e precarie. Schiacciate contro i muri delle sale d'attesa piene di polvere. Con i documenti nella cartellina ti chiedi perché le cose vanno così. Perché gli uffici pubblici devono essere sporchi, con gli avvisi scaduti che pendono dalle bacheche, senza un briciolo di decenza. A corredo della stanchezza e della naturale sufficienza di chi ci lavora. Sulla scrivania una mezzaluna di colore marrone, l'impronta della tazzina di caffè bevuta poco prima. Stesso disegno sotto gli occhi dell'impiegato. Borse viola e capillari rotti. Magari avrebbe voglia di chiuderli, gli occhi, di stropicciarli, di guardare qualcos'altro. Invece la signora è lì, un fiume in piena per una bolletta che non corrisponde ai suoi consumi. E sbraita come se a scrivere quei numeri invece del contatore, fosse stato proprio lui, l'impiegato borseviolasottogli occhi e calendario di padrepio alle spalle. "Io questa non la pago!" dice concitata. E continua: "Per piacere vedete se ci sta un altro che tiene lo stesso nome di mio marito. Noi non la consumiamo tutta

questa luce". "No, signora, non c'è un altro utente che risponde a questo nome. E poi in caso di omonimia c'è il codice fiscale". "A me non me ne importa. Io non la pago. Mo stacco il contatore da lui e lo metto vicino a me". Tutti nell'ufficio ascoltano la storia con stanchezza. Con irritazione per il tempo che passa. Con le mani sudate sulla cartellina. Chiosando la storia della bolletta sbagliata. "Pure a me hanno calcolato male perché mi hanno fatto la tariffa della seconda casa invece io sono in fitto". "A me una volta…". "Signora, qui non c'è errore, qui c'è una mora da pagare. Perché ci sono bollette inevase". Adesso l'impiegato è spazientito e sposta alcune carte sulla scrivania, così, nel tentativo di mettere ordine da qualche parte. In una qualsiasi parte di quell'ufficio. "Com'è inevase? Che non le ho pagate? Perché non si vede dal computer che mio marito è disoccupato da due anni? Per questo dico stacco a lui attacco a me". "Signora non si può fare, ve l'ho detto. Bisogna pagare i consumi". "Ve l'ho detto che sta disoccupato". Nessuno l'ascolta più. Né l'impiegato, né il pubblico. Qualcuno guarda l'orologio, ma più che misurare il tempo sembra aver voglia di prendere le distanze. "Mica possiamo stare senza luce", la voce della donna riempie di nuovo tutta la stanza. Ti chiedi perché certe esistenze vanno così. Così vicine alla disperazione. Ci abituiamo a guardarle come batuffoli di polvere, queste storie di ordinaria povertà. Nelle sale d'aspetto della nostra vita.

Marilena Lucente

   

Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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