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Lavori in corso - 02.12.06

Credere nei sogni

Ragazzi dovete credere nei vostri sogni. Sono stata a Napoli il giorno dopo la consegna del pallone d'oro a Cannavaro. La città sporca di sole e di addobbi natalizi, tra magliette azzurre appese alle bancarelle e accanto ad ogni edicola le prime pagine dei giornali e la foto del calciatore insieme al pallone d'oro. Il sorriso e la sua frase ingrandita sulle manchette. Ragazzi, dovete credere nei vostri sogni. Nel frattempo, sugli autobus i ragazzi sono pigiati contro gli adulti, le vecchine, i borseggiatori, le insegnanti. Li guardo bene, cercando di indovinare i loro sogni. A partire dal cappellino al rovescio, il piercing sul sopraciglio, il tatuaggio dietro il collo. Esploro con meticolosa attenzione. Devono pur vedersi da qualche parte, i loro sogni. In primo piano, almeno quando siamo schiacciati l'uno contro l'altro. Cosa gli sta proponendo Cannavaro? Una faccia pulita? Una sapienza tecnica? La tenacia? La fuga verso una squadra lontana?
Loro nel frattempo sono qui, su questo autobus che caracolla di gente e procede lentamente, nella fatica di gesti e frasi

smozzicate. Persino la fermata successiva sembra troppo lontana. Fate scendere prima di salire! Andate più avanti, per piacere!! Scende alla prossima? Piccoli aggiustamenti posturali. Quali sono i sogni che vanno in giro sugli autobus affollati? Fin dove, fino a quando, uno può credere ai sogni?
Nel pomeriggio molti di loro prenderanno altri autobus. Andranno a giocare a calcio. Qualcuno vicino casa, qualcuno lontano. Qualcun altro anche molto lontano. Ne ho conosciuti di ragazzi che facevano questo per lavoro. Comprati a sedici anni dalle squadre degli juniores. Salvatore. Secondo superiore. Da Caserta a Napoli. Tre allenamenti alla settimana. Suo padre lo accompagna sul Vialone. Di lì passa una macchina che prende lui e altri ragazzi della zona. Sono in cinque in tutto. Esce di casa il pomeriggio alle tre, ritorna alle otto. Cena e si guarda la televisione. Il giorno dopo a scuola è impreparato. Ovvio. Ha già perso un anno. E sua madre ogni tanto va a parlare con i professori, per chiedergli di essere comprensivi con questo figlio. Può studiare solo a giorni alterni. Fa capire che quel lavoro è importante non solo per il ragazzo ma anche per loro, per tutta la famiglia. Salvatore porta a casa soldi che servono. Antonio gioca nel Venafro. Per un allenamento deve farsi un centinaio di chilometri al giorno. Quando sta a casa non gliene tiene di studiare. Preferisce stare con gli amici. A giocare a pallone. E' quella la vita mia, dice. Non sposta i sogni più avanti. Si tiene stretto questi pomeriggi sui campi di calcio. Il solo posto in cui si sente a casa. In cui non gli dicono che sbaglia. A scuola è un disastro. Però è un fantasista delle interrogazioni. E anche se va male riesce a fare simpatia. Dover credere nei sogni. Anche questo, in questa città, a volte è un lavoro.

Marilena Lucente

 

   

Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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