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| Lavori
in corso - 09.03.2007 |
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Il difficile mestiere del giornalista
"Fare il giornalista? Sempre meglio
che lavorare". Capita spesso di adocchiare la massima
nelle redazioni dei giornali, di sentirla citata nei
contesti più disparati. Soprattutto quando si
fa riferimento ad una vita avventurosa, ricca di privilegi,
condita da una discreta dose di potere. Una vulgata dei
tempi andati, forse. Oggi la maggior parte dei giornalisti
non ha un contratto, lavora per cinque massimo dieci
euro a pezzo, trascrive e monta i comunicati, va in giro
per conferenze stampa anche se allo scoop è riservato
ancora il capitolo centrale di ogni manuale di giornalismo,
e di avventuroso c'è la telefonata serale alla
polizia, carabinieri e questura per aggiustare, eventualmente,
la prima pagina. Lavoro di taglia e cuci, monta e smonta.
Senza orari, con la sola gratificazione della pubblicazione,
del passaggio video. Eppure è un lavoro che tanti
ragazzi e ragazze sognano ancora di fare. Fascino della
professione, della scrittura, della curiosità che
mette le ali. Alla fantasia, all'intelligenza, al motorino
con cui si realizzano i primi servizi.
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A scuola c'è persino
una prova scritta che va impostata come un articolo di
giornale. Ad indicare, nella (prima) ventata riformista
di una decina d'anni fa del ministero della pubblica
istruzione, la diffusione di un genere ad alto grado
di comunicazione contro il mortifero e mortificante tema
scritto. E, ancora oggi, si moltiplicano nelle scuole
corsi di giornalismo, stampa e televisivo, pubblicazione
di giornali scolastici su carta e on line.
Contestualmente, la vita di classe è sempre più un argomento da
prima pagina o da apertura del notiziario. Insieme ad altre "esse" (soldi,
sesso, sport), sembra proprio che la scuola finalmente faccia notizia e audience.
Il problema è che attrae soprattutto se e quando le notizie sono cattive:
le bulle e i pupi, i telefonini che filmano e quelli che devono restare spenti,
i cattivi costumi degli insegnanti e gli alunni svestiti, le botte, i bambini
con le lingue tagliate e i presidi taglieggiati. Adesso che la scuola è cronaca
diventa persino ospite del salotto di Bruno Vespa che per decine di puntate solleverà il
tetto dei nostri edifici scolastici come ha fatto per cinque anni con la casetta
di Cogne.
Ecco, adesso che i nostri alunni stanno apprendendo a fare i giornalisti hanno
modo di vedere con i loro occhi come la messe di immagini che racconta il mondo
della scuola è a tratti molto lontano da quello quotidiano. Brutte notizie
sì. Ma non solo, non sempre. Un amico giornalista mi spiegava come funziona
in tv la scelta dei servizi da mandare in onda. I direttori di rete conoscono
minuto per minuto l'audience dei tg. Se per qualche notizia il picco si solleva
rispetto alla media, per l'edizione successiva bisogna riproporre lo stesso servizio
o trovare qualcosa di analogo, meglio ancora se più piccante, azzardato,
scabroso. Ecco perché dalla notizia del ragazzino down a oggi sembra che
la scuola si sia trasformata in un mattatoio. Bisogna aspettare il calo dell'audience
perché tutto ritorni alla normalità. In aula e sullo schermo.
Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare. Forse. Mentre questo numero
va in stampa la notizia di un corrispondente rapito rimbalza da un canale all'altro.
Un altro picco di audience. Per vedere cose a cui non avevamo fatto molto caso:
che un giornalista è lì a raccontare una guerra, a macinare chilometri
di deserto per due minuti di collegamento. Per l'ostinato bisogno di capire,
che pure è parte fondante di questo mestiere.
Marilena Lucente
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