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| Lavori
in corso - 15.12.06 |
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La
scuola è cambiata
Raccontavo a mio padre
di questa settimana scolastica, ancora lontana dalle
vacanza ma già attraversata da un'aria festaiola,
in cui mancando i pretesti per l'occupazione si cercano
strade alternative per saltare le lezioni. Da me hanno
inventato la settimana dello studente. Recupero e potenziamento,
non si fanno interrogazioni, non si procede con il
programma. Mio padre mi guarda tra lo stupito e l'annoiato.
La scuola la conosce per come gliela raccontiamo noi
di famiglia, che di mestiere facciamo le insegnanti. "Perché stanno
troppo bene!!!" dice, riferendosi agli studenti,
alle comodità di poter scegliere, di poter scegliere
di non fare niente. "Voglio vedere quando andranno
in azienda…". Per lui l'azienda è ancora
l'unità di misura di un lavoro a cui non ti
puoi sottrarre, della vita personale messa tra parentesi
perché si deve produrre, si deve (far) guadagnare,
si deve essere efficienti, ma soprattutto, terribilmente
seri. Ci ha lavorato per oltre quaranta anni, in azienda.
Uscendo la mattina col buio e rientrando la sera. Col
buio. In mezzo c'era la nostra vita che
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gli arrivava come eco di
futili preoccupazioni e si mescolava alla sua, densa
di fatica e preoccupazioni. "Papà, ma loro
in azienda non ci andranno mai", rispondo. Forse
dentro di me c'è l'urgenza di dimostrare a mio
padre che anche il nostro è un lavoro serio. (Non
lo so se ci crede, in fondo lavoriamo solo metà della
giornata, non produciamo niente di concreto e quanto
all'astratto, quel poco che facciamo di questi tempi
sembra alquanto fallimentare. In queste sue convinzioni è supportato
da statistiche e studi su i livelli di arretratezza dell'istruzione
italiana, l'elevato numero degli abbandoni etc etc etc.
Adesso che è andato in pensione ha tempo di leggere
i giornali e si è fatto una pessima idea della
scuola, e dunque anche di quello che faccio io). Dove
possono mai andare a lavorare i miei studenti? Qui a
Caserta le aziende, come ancora le chiama lui, chiudono
una dopo l'altra, cadono giù come tessere di un
domino cinese, fallimento dopo fallimento. Quale realtà industriale
potrà mai accoglierli alla fine del diploma? Magari
se credessero un po' in più nel futuro, nella
concreta possibilità di lavorare, di sicuro farebbero
la settimana dello studente o l'autogestione o l'occupazione,
ma poi magari avrebbero voglia, durante il resto dell'anno
di studiare, di capire, di prepararsi a qualcosa. "Mia
madre ieri sera stava preparando i cestini di Natale
da mandare a certi conoscenti che devono aiutare mio
fratello ad entrare nell'esercito". La mia alunna
mi consegna questo interno familiare senza alcuna enfasi.
E' una tra le tante attività della giornata, quella
di darsi da fare per trovare lavoro. E a Natale il via
vai di richieste e ringraziamenti, di promesse e di raccomandazioni
subisce un leggero aumento. Cestini piccole navi verso
possibili lidi… Non credo che "stanno troppo
bene" i miei studenti in queste speranze ormeggiate
nei porti del qualunquismo e della rassegnazione. Tra
queste regalie da preparare e occupazioni da inventare.
Secondo me vorrebbero qualcosa di più, qualcosa
di meglio. Secondo me se la meritano pure, qualcosa di
più, qualcosa di meglio. Se solo potessero, andrebbero
a cercarla persino in azienda.
Marilena Lucente
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