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| Lavori
in corso - 17.11.06 |
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Stiamo
lavorando per voi
Stiamo
lavorando per voi. O meglio ancora: Stiamo lavorando
per noi. Magari
con una scritta grande, ben evidente.
Fuori la scuola, fuori tutte le scuole d’Italia.
Per ricordare a se stessi e agli altri che a scuola soprattutto
si lavora. Si insegna la grammatica. Si sistemano gli
atti amministrativi. Si riparano i muri. Si puliscono
le aule. Un cantiere aperto la scuola, dove si fanno
tante cose. In cui il lavoro più importante è quello
di diventare persone migliori di quello che si è.
Reciprocamente. Mica solo gli insegnanti devono rendere
migliori gli alunni. Anche loro possono formare gli insegnanti.
Utopie, scommesse, ordine del giorno. A scuola accade
così, questioni di vicinanza prima di tutto
fisica.
Però ci sono quei giorni in cui sembra che la
scuola non serve davvero a niente. Quei giorni in cui
mandando in onda per tutta la giornata un video ambientato
tra i banchi. Immagini troppo nitide per non ferire.
Un ragazzo down schiacciato contro lo stipite della porta,
gli oggetti che volano, le voci che incitano. Il video
passa e ripassa più volte, da un telegiornale
all’altro. Sempre lo stesso.
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Se
sei insegnante ti capita di vederlo mentre sei a fare
i compiti con i tuoi figli, o mentre stai preparando
la lezione per il giorno dopo e ti fai mille domande.
Se sei genitore di un bambino down guardi la tv e scacci
l’immagine come un cattivo pensiero che ti raggiunge
all’improvviso. Se sei un’assistente sociale
ti sale la rabbia fin sulla cima dei capelli. Se sei
uno psicologo riesci agevolmente a risalire la china
della sequenza di causa ed effetti ma non per questo
stai meno male. Eppure chi frequenta i ragazzi, chi raccoglie
e custodisce le loro storie, sa che ne avvengono tante
di cose così. Meno brutte, spesso. Molto peggio,
qualche volta. Per un episodio cliccato al ventinovesimo
posto tra i più divertenti (questa era la sezione
on line in cui il video era trasmesso) ce ne sono centinaia
che si consumano tra le aule, i giardini dei condomini,
gli spiazzi dei supermercati. Ci sono migliaia di ragazzi
(non necessariamente down) presi in giro, sbeffeggiati
dai compagni, che subiscono in silenzio o che covano
vendetta. La linea di confine tra uno sguardo di offesa
e la sfida aperta è labilissima. Così come
tanti dei piccoli incidenti tra ragazzi si situano proprio
sul confine della tragedia. Basta un niente.
Ma prima ancora della tragedia, è il malessere, il disagio interiore,
la rabbia inespressa quella che non ci è dato di guardare. Quella al riparo
dalla esposizione televisiva eppure così prossima alle nostre vite. Quella
per cui dovremmo lavorare. Dissodando terreni dall’ignoranza, dalla violenza,
dalla sopraffazione. Per loro. E per noi.
Marilena Lucente
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