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| Lavori
in corso - 23.02.2007 |
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Altrove, di Paolo Mastroianni
Come nel film Sei gradi
di separazione. Tra noi e il resto del mondo, tutte
le persone del mondo,
passano al massimo sei persone. Possiamo, potenzialmente,
essere vicini a tutti. Conoscerli, facci raccontare le
loro storie, incastrarle con le nostre. Invece, la maggior
parte delle volte, le esistenze degli altri finiscono
per sfiorare la nostra vita. Restiamo in compagnia di
una scia di volti, di gesti, di parole. Più spesso
restiamo soli. Finiamo per trovarci "altrove".
In transito nella esistenza.
Altrove è la raccolta di Paolo Mastroianni, Effigie
edizioni, presentato l'altra sera alla libreria Mondadori
di Caserta. Insieme a me, l'autore e Nello Zerillo, coordinatore
di Nero e Non Solo.
Sei racconti di vita che confluiscono, impercettibilmente,
l'una dentro l'altra. Per effetto di uno sguardo, di
un sogno, di un ricordo. "Immagino due persone sedute
casualmente vicine in un pulman", spiega Paolo. "Questa
semplice vicinanza contiene in sé racconti brevi,
possibili intrecci, a partire dalla complessità custodita
nel corpo dei due passeggeri. Gli
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incontri casuali sono
spesso concentrati di emotività".
Nel libro, le storie si svolgono in soli 15 giorni, gli ultimi giorni di marzo
del 1993, quando il fenomeno dell'immigrazione deflagrava in tutta la sua caotica
irruenza. A questa compattezza del tempo, corrisponde uno spazio ricco e frammentato:
dalla periferia sfatta di Villa Literno alla vivace metropolitana londinese,
passando per il freddo di Budapest e l'attesa sui pulman in partenza da Varsavia,
giù, tra cronaca e memoria, sino al ricordo del caldo accogliente dei
villaggi africani. Pagina dopo pagina si attraversano le terre degli emigranti,
quelle degli esodi e degli approdi. Alle periferie delle città e delle
certezze.
Storie di vita colte nei momenti in cui le esistenze cambiano, si perde qualcosa
- un lavoro, un figlio, lo status sociale - e le sicurezze si incrinano,
si attraversa l'altrove e si finisce per sostare nei territori insidiosi
e necessari della precarietà. Con l'emigrazione, la geografia diventa
scienza dell'anima. C'è sempre uno scarto tra il luogo di nascita
e il luogo di residenza, tra lo spazio che abbiamo dentro e quello che materialmente
attraversiamo. Tra la vita che avremmo voluto avere e quella che ci è dato
di essere. Siamo sempre in viaggio, tra questi due estremi.
Lo sono gli uomini e le donne protagonisti dei racconti - prostitute, magnaccia,
piccoli truffatori, bulli di periferia e manager affranti - di cui ci vengono
fornite, sin dall'inizio le generalità biografiche, come se lo status
anagrafico potesse arginare il disordine che agita e abita ogni vita..
Lo sono persino le città, che vengono descritte con scorci paesaggistici
e precisione topomastica, per condurre e orientare lo sguardo del lettore, obbligato
a vedere oltre la patina delle immagini consumate dell'immigrazione. "Si
può fare il giro del mondo anche solo girando nella nostra provincia",
afferma Nello Zerella. "Al contrario, tendiamo a chiuderci, a proteggerci
nelle nostre case, a non incontrare mai gli altri". Confinandoli in un altrove
ancora più doloroso.
Ma l'altrove, sembra suggerire il libro, è anche una speranza. Il bisogno
tutto interiore di immaginarsi una via d'uscita, il luogo in cui desideriamo
essere e che alla fine finisce per farci compagnia. Certe volte si chiama speranza.
Altre volte, elementare necessità di vivere.
Marilena Lucente
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