si può benissimo autorizzare. I lobbisti
della cosiddetta "termovalorizzazione" (altra presa
in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.
Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni
si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti
i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque.
Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta,
sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori
provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento
che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. "L'unica nostra preoccupazione
- hanno sempre sostenuto - è di evitare la discarica a quel 20-30% di
rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata".
Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione,
ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che
in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione
- su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento - si può infatti
ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali
sistemi di produzione e consumo. Il 'bad industrial design' di cui parla il padre
della strategia Rifiuti Zero , lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare
un 'good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei
prodotti.
Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano
per andare con decisione verso questa direzione. E' in genere a questo punto
che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo
passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei,
ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma
poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti
così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…
La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione
per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare.
Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione
dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito
delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti.
L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina,
il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.
In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di
questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori
provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: "Il
cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione - mi ha fatto
notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento - contrasta
con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita
con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente
sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere,
di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi
perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva
comportano notevoli investimenti".
Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo,
quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei
costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere
economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino
lo smontaggio di un'automobile.
Proprio in questi giorni Nimby trentino , l'associazione che da tre anni guida
l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di
protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli
critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata,
ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del "good industrial
design". "A causa di quale tipologia di rifiuti - si domanda Rizzoli
- si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti
non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero
rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?"
Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti.
Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo
secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore,
era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto
consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. "Allora
non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak
con contenitori di materiale riciclabile?". Un'altra frazione importante
del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. "E
chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?".
Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi
merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto
non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di
pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida
e irreversibile. "Invece - prosegue Rizzoli - da noi in Trentino s'è fatto
esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore
da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo
di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione.
Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di
decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare
per sempre l'idea di costruirlo".
A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano
l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla
finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo
così.
Marco Niro - www.megachip.info |