qualità delle
proposte editoriali - manifestazione italiana del settore.
A essere contestata è la decisione di dedicare
questa edizione ad uno Stato come Israele in occasione
dei sessanta anni dalla sua nascita, cioè di un
evento che nessuno può omettere nelle sue ricadute
concrete sui diritti dei palestinesi che la definiscono
appunto come Nakba (la catastrofe).
Ma non è questa l'unica ragione di "inopportunità". Occorre
infatti tenere conto anche di un contesto odierno in cui la politica di oppressione
coloniale, di discriminazione razziale e di "politicidio" (per usare
le parole di Kemmerling) contro i palestinesi è diventata ancora più spietata
e "normale" di quanto lo fosse anni fa. Il quotidiano stillicidio di
palestinesi ammazzati dai soldati, dagli aerei o dai droni israeliani a Gaza
dovrebbe già di per sè far riflettere e indignare. Solo la sistematica
subalternità delle agenzie di stampa ai bollettini ufficiali delle forze
armate israeliane riesce a trasformare in "terroristi" pastori palestinesi
o coppie di fidanzati uccisi perchè si sono avvicinati troppo al confine
israeliano o bombardati nelle loro case.
Il progetto di strangolamento e annientamento militare, economico, umano dei
palestinesi di Gaza da parte delle autorità israeliane è evidente
e non si può accettare alcuna impossibile simmetria con il lancio dei
rudimentali razzi palestinesi che producono più rumore che danni. Non
esiste e non può esistere nessun paragone al riguardo, i fatti non lo
consentono. Ma il silenzio e la complicità politica ed intellettuale consente
queste ed altre aberrazioni. In Cisgiordania - ad esempio - mentre tutte le diplomazie
e i mass media si sforzano di presentare una situazione tranquilla e normale
dovuta alle buone relazioni e ai negoziati tra l'ANP e il governo israeliano,
la cronaca ci regala ogni giorno notizie di arresti, soprusi, raid israeliani
contro le città palestinesi. Sulla base di quale presupposto la comunità internazionale
dovrebbe accettare questa "normalità"? Dedicare la Fiera del
Libro ad Israele nel 2008 significa legittimare uno stato di cose inaccettabile
da ogni punto di vista, ma soprattutto significa accettare il tentativo di rendere
Israele uno stato "normale" mentre non lo è e difficilmente
appare in grado di diventarlo, ostaggio com'è dei circoli sionisti e oltranzisti
che ne determinano le scelte strategiche e il rapporto verso i palestinesi e
il resto dei paesi circostanti.
A maggio dunque la Fiera del Libro di Torino dovrà fare i conti con una
iniziativa di contestazione forte e dispiegata a tutti i livelli. Dalle pressioni
sul marketing al boicottaggio delle case editrici che accetteranno di esporre
alla fiera senza prendere una posizione decente sulla inopportunità di
dedicarla ad Israele, dall'allestimento di un contro-salone del libro alternativo
a quello ufficiale a manifestazioni all'interno e all'esterno del padiglione
della Fiera. Da qualche parte la coscienza civile ed internazionalista di questo
Paese dovrà pure cominciare a darsi e a fare coraggio a tutti coloro per
i quali vale la domanda con cui lo storico israeliano Ilan Pappe concluse una
sua conferenza a Tokio nel marzo 2007: "Perché il mondo permette
ad Israele di fare quello che fa?".
di Sergio Cararo
co-fondatore del Forum Palestina
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