Profughi "ambientali"
La
Convenzione ONU sullo Status di Rifugiato (1951) si riferisce
a individui che, per timore di persecuzioni (a sfondo etnico,
razziale, religioso,…) fuggano dallo stato di cui sono
cittadini e cerchino scampo in un altro Paese. Con il passar
del tempo, la sfera di persone che possono invocare la tutela
prevista dalla Convenzione si è allargata, fino a comprendere
chi fugge da situazioni di conflitto. Di recente, tuttavia, sta
emergendo una nuova categoria di genti in fuga: i profughi ambientali.
Ne produce la Somalia: essa ha problemi di sovrappopolazione di alcune aree,
il cui sfruttamento (ad esempio, per far pascolare il bestiame) risulta eccessivo
e le porta ben presto all'inaridimento: tutto ciò costringe poi gli abitanti
a migrare verso altre terre, allorché constatano che quelle che abitano
non sono più fruibili per il sostentamento. I cambiamenti climatici recenti
(temperature medie sempre più elevate) rendono il rischio di desertificazione
sempre maggiore anche per alcuni Paesi europei affacciati sul Mar Mediterraneo
(Grecia, Italia, Spagna). Le migrazioni dovute a fattori ambientali sono in aumento,
pur se ancora poco evidenti rispetto alle fughe di massa generate da situazioni
di conflitto o da scarse opportunità economiche nei Paesi d'origine.
Vi sono Paesi in cui i terreni sono sempre più spogli della vegetazione,
a causa dell'erosione del suolo; hanno di solito economie a base prevalentemente
rurale e pertanto lo sconvolgimento degli equilibri naturali "costringe" gli
abitanti a cercare altrove condizioni più "vivibili": ad esempio,
2000000 di persone hanno abbandonato Haiti.
Altro fenomeno foriero di gravi conseguenze è il progressivo esaurimento
di falde acquifere: quella sottostante alla capitale yemenita Sana'a potrebbe
esaurirsi entro il 2010: l'intera popolazione cittadina non avrebbe altra scelta
che migrare altrove. La penuria d'acqua è destinata a incombere su un
numero sempre maggiore di persone nel mondo: potrebbe riguardare nel 2050 circa
3 miliardi di abitanti della Terra. L'esaurimento di falde ha già condotto
allo sfollamento coatto di numerosi villaggi in India, nel nord-ovest della Cina
(con espansione della superficie desertica) e in varie zone del Messico.
Il ritmo della desertificazione è particolarmente intenso in Nigeria (3500
kmq aggiuntivi di superficie desertica ogni anno): la maggiore emergenza ambientale
del Paese africano costringe numerosi gruppi di popolazione, dediti ad agricoltura
e pastorizia, a spostarsi verso le periferie delle città.
Altro problema rilevante è l'innalzamento del livello dei mari, dovuto
a mutamenti climatici e al conseguente progressivo scioglimento dei ghiacciai.
Ciò potrebbe avere effetti drammatici (inondazioni) in vaste zone pianeggianti
di svariati Paesi asiatici (Bangladesh, Thailandia, Filippine). Riguardo alle
Isole Carteret (formazione di sei atolli nell'Oceano Pacifico) gli scienziati
hanno stabilito che l'innalzamento del livello dell'Oceano sarà di almeno
9 centimetri entro il 2015 e le renderà inabitabili già prima.
I 2000 abitanti da decenni cercano di fronteggiare la situazione innalzando muraglie
di mangrovie; gli scienziati si stanno già adoperando per trasportare
prima possibile l'intera popolazione nell'isola di Bougainville, a sudest.
Talora i fenomeni sono indotti dall'attività umana: si pensi ai progetti
di costruzione di dighe per la produzione di energia idroelettrica, che modificano
profondamente l'assetto territoriale al fine di creare invasi in cui far defluire
l'acqua spostata dalle dighe. Talvolta a causa di ciò sono sommerse vaste
aree (in alcuni casi, di notevole importanza storico-archeologica): pertanto
le popolazioni evacuate sono obbligate a re-insediarsi altrove: è il caso
della Turchia orientale, dell'India e della Cina. La popolazione deve in pratica
rinunciare ad abitare luoghi in cui ha impostato le proprie attività economiche
e da cui ha tratto, talvolta per secoli, il radicamento costruttivo della propria
identità culturale.
Il fenomeno dei profughi ambientali sta assumendo, come detto, dimensioni sempre
più rilevanti. Già nel 1999, nel presentare il proprio rapporto
sulla prevenzione di conflitti e disastri naturali, l'allora Segretario Generale
ONU Annan ne indicò l'esistenza. Sostenne che spesso pratiche insostenibili
accrescono l'impatto dei rischi di calamità naturali: basti pensare al
taglio di grandi quantità di alberi per ricavarne legname da rivendere,
che a lungo andare riduce la capacità del suolo di drenare l'acqua piovana
e rende più forti i rischi di erosione del suolo e di inondazioni. Dal
1998, in base a stime, simili fenomeni di scarso rispetto dell'ambiente hanno
costretto oltre 25 milioni di persone nel mondo a spostarsi verso le città,
causandone in molti casi il sovraffollamento.
Giovanni Caputo |