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Diritti umani e Conflitti - 13.04.2007

Qualcosa sulla Bosnia

Il 26 febbraio 2007 la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) si è pronunciata: nel periodo 1992-'95 nei confronti dei bosniaci fu compiuta un'aggressione, tuttavia non fu un genocidio! La CIJ ha ritenuto non sufficientemente provata l'intenzione da parte serba di 'sterminare totalmente o in parte' la popolazione bosniaca; a tal fine non è apparso sufficiente il rilievo dell'enorme quantità di atrocità commesse in territorio bosniaco. La CIJ non disconosce, ad ogni modo, che allora furono commessi crimini contro l'umanità e crimini di guerra, anche se deve dichiarasi incompetente a giudicarli. Un altro cavillo tecnico-giuridico ha avuto un peso preponderante: non sono stati portati all'attenzione della CIJ i processi verbali delle riunioni di quel periodo del Consiglio Supremo Serbo, che avrebbero costituito prove 'schiaccianti' della pianificazione di un genocidio. Ciò è dovuto al fatto che tali irrefutabili elementi di prova delle responsabilità di Belgrado (dove allora 'regnava' Milosevic) erano già stati trasmessi all'Ufficio del Procuratore presso il Tribunale Penale per i Crimini nella Ex Jugoslavia (TPIY) solo a condizione che l'Ufficio non li trasmettesse alla CIJ. Senza temere di cadere in contraddizione, la CIJ ha sancito da un lato che la Serbia non si è resa colpevole né complice di genocidio, dall'altro che i serbo-bosniaci non avrebbero potuto attuare crimini contro l'umanità senza ricevere appoggio (forniture di armi, denaro e uomini) da Belgrado. Alla Serbia è imputata, in base alla Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Genocidio del 1948, una violazione 'minore': non aver agito per impedire il genocidio; essa disponeva di sufficienti informazioni sulle criminose intenzioni dei responsabili politico-militari serbo-bosniaci, soprattutto verso la componente musulmana della popolazione bosniaca; pertanto Belgrado avrebbe potuto attivarsi per impedire… il genocidio! Ebbene, ragionando con rigore etico-giuridico, la complicità in un genocidio comincia esattamente quando si viene a conoscenza del fatto che qualcuno ha intenzione di commetterlo.
La Serbia, inoltre, tuttora non sembra voler agire per reprimere il crimine: nonostante il dettato della Convenzione del '48, ancora rifiuta di arrestare e consegnare al TPIY i presunti responsabili del crimine commesso a Srebrenica.
Rammentiamo che il territorio della Bosnia-Erzegovina attuale era in passato suddiviso fra gli Imperi Ottomano e Austro-Ungarico. Si ritrovò poi a far parte della Federazione Jugoslava. Nel gennaio '92 dichiarò la propria indipendenza, tuttavia ben presto fu lacerata da una cruenta guerra civile (ad aprile '92 miliziani serbo-bosnaici cinsero d'assedio Sarajevo). Il conflitto mise una contro l'altra le tre componenti etnico-religiose della popolazione (serbi, croati, musulmano-bosniaci). Solo nel novembre '95, dopo un intervento della Comunità Internazionale, si giunse agli Accordi di Dayton e al ripristino dell'integrità della Bosnia-Erzegovina (ora composta da Federazione Croato-Musulmana e Republika Srpska). Per garantire governabilità si è ricorsi a vera e propria 'ingegneria costituzionale': la Bosnia ha ben tre Presidenti (un serbo, un croato, un musulmano, eletti per un biennio e chiamati a esercitare a rotazione le prerogative presidenziali.
Negli Anni '90 la crisi bellica bosniaca costituì una delle principali emergenze umanitarie: produsse fino a 4,4 fra profughi e sfollati interni. Le agenzie umanitarie (come l'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) furono poste per la prima volta di fronte a vaste problematiche derivanti dall'assistere popolazioni vulnerabili, da soccorrere mentre erano in fuga, con un conflitto ancora in corso. Occorreva garantire sicurezza non solo alle popolazioni vulnerabili ma anche al personale umanitario, mantenere l'imparzialità, imparare ad attuare migliori forme di collaborazione fra agenzie umanitarie, in un contesto territoriale intricato: vi operavano contemporaneamente, con diversi modi e finalità, forze combattenti, attivisti per i diritti umani, giornalisti, negoziatori, operatori di ONG, forze di sicurezza, inquirenti impegnati ad accertare se fossero stati commessi crimini di guerra.
Quanto a Srebrenica, tale città fu teatro nel luglio 1995 di uno degli episodi più truci: secondo le stime almeno 7800 musulmani bosniaci inermi furono massacrati da miliziani serbo-bosniaci guidati da Ratko Mladic, pur se l'area era al momento sottoposta alla tutela (!) dell'ONU. Come spesso accade, per le vittime di quel massacro le disquisizioni su se fu genocidio o altro crimine, hanno ormai ben poca importanza. È bene tuttavia che Srebrenica assurga in Europa a luogo simbolico, come è avvenuto ad esempio per Auschwitz-Birkenau: per non dimenticare! Coloro che dimenticano gli errori storici sono purtroppo quasi fatalmente destinati a ripeterli.

Giovanni Caputo


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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