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Diritti umani e Conflitti - 05.01.2007

Quale futuro per l'Irak?

Premetto da subito che sono contrario alla pena di morte, non solo per il fatto che la Convenzione Europea sui Diritti Umani afferma il diritto alla vita, ma anche per intima convinzione che solo a Madre-Natura spetti stabilire quando si nasce e quando si muore.
Aggiungo che l'esecuzione capitale di Saddam Hussein è stata tanto orrenda quanto esecrande sono state le stragi di cui il tiranno iracheno si è macchiato in vita. Egli ha mostrato tuttavia grande coraggio nell'affrontare il patibolo a volto scoperto; non altrettanto coraggio dimostrano i decisori politici di mezzo mondo nel commentare la fine del despota iracheno: al momento dell'esecuzione il Presidente statunitense Bush dorme e un portavoce ne riporta il pensiero: l'esecuzione è stata una pietra miliare del cammino verso la democrazia. Deprimente!!!
Mi preme ricordare al signor Bush che gli USA erano custodi del detenuto Saddam Hussein e decidendo di consegnarlo alle autorità irachene hanno consentito di accelerare l'esecuzione. Essa è stata effettuata il 30 dicembre, giorno d'una festività sunnita, al quale è seguita il giorno dopo una festività sciita: nell'Iraq già di per sé lacerato da contrapposizioni etnico-religiose, tutto ciò potrebbe trasformare Saddam Hussein, agli occhi di alcune frange, addirittura in un martire da onorare.
Mi preme altresì rammentare che tale esecuzione giunge al termine d'un processo caratterizzato da grande rapidità (Saddam Hussein fu catturato nel dicembre 2003, la sentenza di condanna è giunta in novembre 2006, quella confermativa in appello il mese successivo, l'esecuzione mediante impiccagione meno di una settimana dopo) e da eventi rocamboleschi (sostituzioni dei presidenti di tribunale, uccisioni di avvocati difensori). Il principio giuridico in base al quale Saddam Hussein è stato giudicato da un tribunale iracheno è sacrosanto, ma un corollario dello stesso principio asserisce che è bene optare per una corte internazionale qualora un tribunale nazionale non fornisca sufficienti garanzie di correttezza procedurale ed equità.
Non meno importante è la valutazione politica, data l'innegabile importanza del giustiziato. Saddam Hussein ha pagato con la vita per una delle sue stragi minori, quella nel villaggio di Dujail compiuta da suoi sgherri nel 1982. Da fautore dell'affermazione dei diritti umani avrei preferito che fosse chiamato a rispondere anche di eccidi ben più corposi: che senso può ancora avere la prosecuzione del processo relativo alla campagna di sterminio intrapresa contro i kurdi nel biennio 1987-'88, in assenza (definitiva!) del principale imputato? Inoltre viene da chiedersi: verranno mai aperti processi per accertare altri episodi, dalla a repressione della rivolta kurda del 1974 all'uso di armi non convenzionali contro l'esercito iraniano nella guerra combattuta tra il 1980 e il 1988 alla rappresaglia attuata per vendicarsi nei confronti di kurdi e sciiti a partire da marzo 1991? Proprio dei fatti del 1991 Saddam Hussein fu il principale artefice, rimasto al potere pur dopo esser stato sconfitto in guerra dai Paesi occidentali (gli USA fermarono l'avanzata militare, una volta avvenuta la liberazione del Kuwait dalle truppe irachene).
Il dato più preoccupante riguarda però non tanto il passato quanto il futuro dell'Irak. Sul passato sarà comunque possibile una valutazione storica corretta, scevra dal semplicistico schema che identifica in Saddam Hussein il satrapo mediorientale cattivo e negli USA la potenza liberatrice buona. E il futuro della Mesopotamia? I fatti dicono che oggigiorno in Irak vi è un governo che fa grandissima fatica nel ripristinare ordine e sicurezza e stabilità, vi sono inoltre truppe statunitensi e britanniche (a partire dal 2004 i contingenti di altri Paesi che hanno contribuito alla coalizione militare a guida USA si sono ritirati, uno dopo l'altro), di cui non è dato ancora sapere per quanto tempo ancora permarranno e con quali compiti (al riguardo la strategia statunitense è ancora nebulosa); si susseguono, inoltre, con cadenza quotidiana, attacchi dinamitardi di miliziani sciiti in quartieri a prevalente popolazione sunnita e viceversa. Quanto ai kurdi, le loro aspirazioni autonomiste potrebbero ulteriormente rafforzarsi in tale situazione caotica. L'impressione è che se si chiedesse a qualcuno, in Irak, di definire la propria identità, risponderebbe che è arabo-sunnita o sciita o kurdo o altro, ma mai si definirebbe iracheno. Con simili premesse sembra arduo ritenere che gli iracheni siano in grado di assolvere a uno spinoso compito istituzionale che si sono assegnati, da compiere entro il 2007: definire lo status della città di Kirkuk, ricca di risorse petrolifere, ma anche abitata da kurdi, turcomanni, arabo-sunniti, assiro-caldei e altri gruppi.

Giovanni Caputo


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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