Quale
futuro per l'Irak?
Premetto da subito che sono contrario alla pena
di morte, non solo per il fatto che la Convenzione Europea sui
Diritti Umani afferma il diritto alla vita, ma anche per intima
convinzione che solo a Madre-Natura spetti stabilire quando si
nasce e quando si muore.
Aggiungo che l'esecuzione capitale di Saddam Hussein è stata tanto orrenda
quanto esecrande sono state le stragi di cui il tiranno iracheno si è macchiato
in vita. Egli ha mostrato tuttavia grande coraggio nell'affrontare il patibolo
a volto scoperto; non altrettanto coraggio dimostrano i decisori politici di
mezzo mondo nel commentare la fine del despota iracheno: al momento dell'esecuzione
il Presidente statunitense Bush dorme e un portavoce ne riporta il pensiero:
l'esecuzione è stata una pietra miliare del cammino verso la democrazia.
Deprimente!!!
Mi preme ricordare al signor Bush che gli USA erano custodi del detenuto Saddam
Hussein e decidendo di consegnarlo alle autorità irachene hanno consentito
di accelerare l'esecuzione. Essa è stata effettuata il 30 dicembre, giorno
d'una festività sunnita, al quale è seguita il giorno dopo una
festività sciita: nell'Iraq già di per sé lacerato da contrapposizioni
etnico-religiose, tutto ciò potrebbe trasformare Saddam Hussein, agli
occhi di alcune frange, addirittura in un martire da onorare.
Mi preme altresì rammentare che tale esecuzione giunge al termine d'un
processo caratterizzato da grande rapidità (Saddam Hussein fu catturato
nel dicembre 2003, la sentenza di condanna è giunta in novembre 2006,
quella confermativa in appello il mese successivo, l'esecuzione mediante impiccagione
meno di una settimana dopo) e da eventi rocamboleschi (sostituzioni dei presidenti
di tribunale, uccisioni di avvocati difensori). Il principio giuridico in base
al quale Saddam Hussein è stato giudicato da un tribunale iracheno è sacrosanto,
ma un corollario dello stesso principio asserisce che è bene optare per
una corte internazionale qualora un tribunale nazionale non fornisca sufficienti
garanzie di correttezza procedurale ed equità.
Non meno importante è la valutazione politica, data l'innegabile importanza
del giustiziato. Saddam Hussein ha pagato con la vita per una delle sue stragi
minori, quella nel villaggio di Dujail compiuta da suoi sgherri nel 1982. Da
fautore dell'affermazione dei diritti umani avrei preferito che fosse chiamato
a rispondere anche di eccidi ben più corposi: che senso può ancora
avere la prosecuzione del processo relativo alla campagna di sterminio intrapresa
contro i kurdi nel biennio 1987-'88, in assenza (definitiva!) del principale
imputato? Inoltre viene da chiedersi: verranno mai aperti processi per accertare
altri episodi, dalla a repressione della rivolta kurda del 1974 all'uso di armi
non convenzionali contro l'esercito iraniano nella guerra combattuta tra il 1980
e il 1988 alla rappresaglia attuata per vendicarsi nei confronti di kurdi e sciiti
a partire da marzo 1991? Proprio dei fatti del 1991 Saddam Hussein fu il principale
artefice, rimasto al potere pur dopo esser stato sconfitto in guerra dai Paesi
occidentali (gli USA fermarono l'avanzata militare, una volta avvenuta la liberazione
del Kuwait dalle truppe irachene).
Il dato più preoccupante riguarda però non tanto il passato quanto
il futuro dell'Irak. Sul passato sarà comunque possibile una valutazione
storica corretta, scevra dal semplicistico schema che identifica in Saddam Hussein
il satrapo mediorientale cattivo e negli USA la potenza liberatrice buona. E
il futuro della Mesopotamia? I fatti dicono che oggigiorno in Irak vi è un
governo che fa grandissima fatica nel ripristinare ordine e sicurezza e stabilità,
vi sono inoltre truppe statunitensi e britanniche (a partire dal 2004 i contingenti
di altri Paesi che hanno contribuito alla coalizione militare a guida USA si
sono ritirati, uno dopo l'altro), di cui non è dato ancora sapere per
quanto tempo ancora permarranno e con quali compiti (al riguardo la strategia
statunitense è ancora nebulosa); si susseguono, inoltre, con cadenza quotidiana,
attacchi dinamitardi di miliziani sciiti in quartieri a prevalente popolazione
sunnita e viceversa. Quanto ai kurdi, le loro aspirazioni autonomiste potrebbero
ulteriormente rafforzarsi in tale situazione caotica. L'impressione è che
se si chiedesse a qualcuno, in Irak, di definire la propria identità,
risponderebbe che è arabo-sunnita o sciita o kurdo o altro, ma mai si
definirebbe iracheno. Con simili premesse sembra arduo ritenere che gli iracheni
siano in grado di assolvere a uno spinoso compito istituzionale che si sono assegnati,
da compiere entro il 2007: definire lo status della città di Kirkuk, ricca
di risorse petrolifere, ma anche abitata da kurdi, turcomanni, arabo-sunniti,
assiro-caldei e altri gruppi.
Giovanni Caputo |