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Ricorrenze - 09.10.2007
Quarant'anni di "Che"
La decadenza di un mito


La morte di Ernesto Che Guevara il 9 ottobre del 1967 giunse in un momento in cui molta gente era alla ricerca di eroi e rivoluzioni: gli studenti italiani, francesi e tedeschi si munirono di un mito adatto ad alimentare le loro ispirazioni di rivolta, insieme a quello di Mao, dei vietnamiti, dei preti rivoluzionari sudamericani e altri. Un eroe morto può essere molto più pericoloso di uno vivo: diventa martire, esempio di dedizione, modello di lotta fino alla morte, il suo ricordo si fa più resistente proprio perché rafforzato da quell'omicidio finale. Con la morte, comincia il mito. La CIA forse commise un errore nell'uccidere il Che e nel diffondere le immagini della sua fine. Di fatti, la CIA causò la nascita di quel mito. Un mito che oggi resiste, anche se non nutre più gli animi ribelli, perché ormai il mondo è molto cambiato. Il mito del Che rimane appiccicato sulle bandiere, sulle magliette, sul braccio tatuato di qualcuno, nelle canzoni, ma ha perso la sua forza, è diventato un'icona per l'autodefinizione di qualche indeciso, simbolo piuttosto vuoto che scorre nelle manifestazioni come scorre sulle pellicole di qualche film. Gli americani sembrano le principali vittime di quel mito che

proprio loro hanno creato: sono solo loro che hanno ancora paura di un nuovo Che, identificato di volta in volta nel rivoluzionario di turno, come accade oggi per il presidente venezuelano Chavez, ribattezzato più volte dagli americani il "nuovo Che". Peccato che lo stesso Chavez preferisce ispirarsi ad un altro mito, quello di Bolivar. Quanto a Fidel Castro, è l'ultimo residuo più o meno vivente di Ernesto Che Guevara. Ma anche Cuba è cambiata molto e non si sa se il lider maximo parteciperà con un discorso alle celebrazioni per i quarant'anni del suo vecchio compagno di battaglia (sarebbe la prima comparsa pubblica dopo le operazioni all'intestino). E' di questi giorni la notizia che Mario Teran, il soldato estratto a sorte il 9 ottobre del 1967 per uccidere nella foresta boliviana Che Guevara, è stato operato alla cataratta in un ospedale donato da Cuba alla Bolivia e gestito da medici cubani. Qualcuno ha parlato di riconciliazione storica e il "Granma", il quotidiano ufficiale del regime cubano, ha aperto proprio con questa notizia le celebrazioni per questo quarantennale: così, dice il quotidiano, "el Che vuelve para ganar otra batalla" . Così cerca di sopravvivere il mito. In Italia, il Che resta figura di riferimento tra i giovani, che però sono troppo distanti e si accontentano dell'immagine. Anche la sinistra politica è costretta a prendere le distanze da un personaggio che spesso ormai si ricorda solo per la sua violenza piuttosto che per gli ideali che lo trascinavano. E' una parabola verso il basso quella del rivoluzionario più famoso e riprodotto, tracciata da una leggenda che si annacqua sempre di più, che lascia in vita solo gli aspetti estetici e romantici: un processo di decantazione che riduce sul fondo lo spirito, l'idea, i valori che lo guidavano: l'umanità, il senso di giustizia, la verità. Però accade di tanto in tanto che qualcuno recuperi quello spirito e quei valori, ravvivando in modo diverso il mito. Frei Betto, uno di quei preti rivoluzionari sudamericani che negli anni sessanta insieme a Che Guevara influenzarono i movimenti giovanili, uno dei sopravvissuti alle torture della dittatura brasiliana, qualche anno fa ha indirizzato una lettera al Che, una lettera di nostalgia e coraggio, in cui elogia lo spirito dell'eroe, che oltrepassa le frontiere di Argentina, Cuba e Bolivia e chiama ardendo e infiamma ancora oggi i cuori di molti. Frei Betto non dimentica le parole del Che: il vero rivoluzionario viene guidato da grandi sentimenti d'amore. Ed è proprio il suo cuore che il prete brasiliano porta in alto, un cuore che batteva al ritmo di tutti i popoli oppressi e spogliati. Questo bisogna ricordare, affinché la stella del Che brilli sempre più forte sul suo baschetto e affinché la forza del suo sguardo continui a guidare le generazioni per i sentieri della giustizia. Ha solo un rammarico Frei Betto: non lo abbiamo ascoltato abbastanza.

di Antonio Costantino

   

Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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