 |
 |
Forum |
|
|
|
|
|
|
 |
In costruzione |
 |
In costruzione |
| | |
|
|
|
|
|
|
|
|
| Memoria -
09.03.2007 |
 |
 |
|
|
11 marzo 1977
A trent'anni dalla morte di Francesco Lorusso
Uso legittimo delle armi. Così è stato
prosciolto l'assassino di Francesco Lorusso, ucciso l'11
marzo del 1977 da un carabiniere ausiliario. Il nome
di chi uccide non ha importanza. Anch'esso è prosciolto.
Resta quello della vittima. Francesco Lorusso, 25 anni,
militante di Lotta Continua. All'Università di
Bologna, la mattina dell'11 marzo del 1977, nascono dei
contrasti nell'Istituto di Anatomia tra alcuni militanti
del movimento e il servizio di sicurezza di Comunione
e Liberazione. I giovani del gruppo cattolico si chiudono
all'interno di un'aula, le forze di polizia intervengono,
esagerano, com'era solito fare all'epoca, si scagliano
contro gli studenti di sinistra. Lo scontro si allarga,
travolge tutta la zona dell'università, sotto
i portici bolognesi corrono slogan, botte, proiettili.
Francesco corre per cercare riparo da qualche parte,
insieme ad altri compagni. Un proiettile lo colpisce,
un proiettile sparato da un carabiniere che ha esploso
colpi in rapida successione, appoggiandosi ad un'auto
per prendere meglio la mira. Uso legittimo delle armi.
Uccidere un ragazzo che fugge è uso legittimo
delle armi. Negli anni settanta era così. Francesco
morì sull'ambulanza, mentre cercava di raggiungere
l'ospedale. Neanche il funerale nella città gli
fu concesso, l'ordine pubblico parve più importante
del lutto. Fu l'ennesima umiliazione di un corpo, di
una vita. Temevano tumulti. Come quando nell'antica Roma
si esponeva il corpo di un uomo ucciso, per mostrare
le sue ferite, per chiamare alla rivolta. Il sangue chiama
alla rivolta. Anche quando è chiuso in una bara
e allontanato. Il sangue di Francesco Lorusso invoca
ancora giustizia. Ma sono tempi difficili per la giustizia
e i fatti di quegli anni sono ancora infangati da rimozioni,
|
|
cancellazioni,
archiviazioni. L'ultima è quella che riguarda
la vicenda di Valerio Verbano, a 27 anni dalla morte.
Valerio fu giustiziato a 19 anni nella sua casa romana
nel quartiere di Montesacro. Un commando dei Nar, il
22 febbraio del 1980, bussa alla sua porta, Valerio non
c'è, ma i fascisti si spacciano per suoi amici.
I genitori aprono, vengono immobilizzati fino al rientro
del figlio: uno sparo alla nuca e Valerio muore. Il 21
febbraio scorso, la Procura di Roma ha chiuso la vicenda:
i reperti sono andati distrutti, impossibile riaprire
il fascicolo. Le testimonianze dei terroristi neri sono
considerate infondate e non c'è più traccia
della pistola con cui il commando dei Nar ha ucciso Valerio.
Gli investigatori non hanno potuto neanche esaminare
gli oggetti lasciati dagli estremisti di destra nella
casa della vittima: cappellini e passamontagna, andati
distrutti perché all'epoca non esisteva l'esame
del DNA. Archiviazione. C'è una memoria che muore
negli archivi. C'è una giustizia che muore negli
stessi archivi. Ragazzi uccisi due volte, da un proiettile
e da una sentenza. Non ci si abitua a certe cose. Soprattutto
se un certo Francesco Cossiga si permette di ricordare
quegli anni con la sua insopportabile ironia e strafottenza.
In un'intervista uscita sul Corriere della Sera, l'allora
ministro dell'interno parla della morte di Giorgiana
Masi, vittima della violenza della polizia. Giorgiana
fu uccisa da un proiettile della polizia, colpita alla
schiena mentre scappava su ponte Garibaldi a Roma. Il
Viminale fece passare la versione che la ragazza venne
colpita dagli stessi manifestanti. Ancora oggi Cossiga,
ovviamente, mantiene il falso mistero del suo ministero.
La verità la sappiamo solo in cinque, dice, e
non la dirò in pubblico. Chiara ammissione di
colpevolezza. Il '77 sanguina ancora. A trent'anni di
distanza serve una riflessione definitiva, seria ed equilibrata.
Bisogna interrogarsi sulla deriva violenta di quegli
anni, sul ruolo dei movimenti e sull'atteggiamento dello
Stato e della polizia. Bisogna esplorare le origini di
quella violenza, senza partire da assunti pregiudiziali,
evitando posizioni conservatrici. Bisogna capire ed eventualmente
condannare le azioni dei movimenti, ma bisogna capire
ed eventualmente condannare anche la riposta delle forze
dell'ordine e di una politica che si era trincerata nei
palazzi, chiudendo gli occhi di fronte a quello che accadeva
nelle strade. Antonio Costantino
|
|
| |
|
|
 |