Il
Tibet fu uno stato sovrano dal 1950 occupato dalla Cina
L’impegno del Nobel per
la Pace, il Dalai Lama, per il suo paese
Per l'ordinamento cinese il Tibet
costituisce, da settembre 1965, una regione autonoma (TAR), con
capoluogo Lhasa:
vasta (1228400 kmq), comprende un territorio solcato dalla catena
montuosa himalayana, incastonato fra Xinjiang (a nordest), Nepal,
Bhutan e India; è ripartita in prefetture (Nagqu, Qamdo,
Nyinchi, Shannan, Xigazê, Ngar, oltre a Lhasa); è popolata
(oltre che da esigui gruppi tribali, come i Lhoba) da due etnie:
tibetani e cinesi Han. Vi si pratica tradizionalmente l'allevamento
di yak. È, anche a causa del clima, la regione cinese meno
produttiva dal punto di vista economico.
Il Tibet fu uno stato sovrano, governato dal Dalai Lama, fino all'autunno
1950, allorché l'Esercito di Liberazione Popolare (PLA)
della Cina maoista lo invase. Fu poi istituito, nel '56, il Comitato
Preparatorio per l'Istituzione della TAR. In quegli anni si affermò nell'area
Mimang Tsongdu, movimento di resistenza popolare non-violenta all'occupazione.
Nel '57, inoltre, scoppiò una prima rivolta nel Tibet Orientale
e gruppi di guerriglieri inflissero numerose perdite al PLA; allorché la
ribellione fu sedata dai militari cinesi, nel marzo '59, il Dalai
Lama Tenzin Gyatso fu costretto a lasciare Lhasa e si recò in
India per costituirvi il governo tibetano in esilio. Durante la
Rivoluzione Culturale, l'attività repressiva attuata in
Tibet dalle autorità cinesi condusse all'uccisione di oltre
un milione di persone, alla distruzione di oltre 6000 monasteri
uddisti e a una selvaggia attività di deforestazione.
Dopo la morte di Mao, il successore Hua Guofeng si rese conto che
non era possibile continuare a governare la TAR a quel modo; invitò il
Dalai Lama a tornare in Tibet. Gyatso valutò l'invito con
grande cautela e optò per rimanere in India. Deng Xiaoping,
successore di Hua, inviò in Tibet una Commissione di Valutazione
ed elaborò in seguito un piano finalizzato a migliorare
le condizioni di vita dei tibetani. Fu consentita una certa misura
di libertà nell'iniziativa economica privata e la riapertura
di alcuni monasteri uddisti. Nonostante ciò, nel 1983 il
Dalai Lama rifiutò ancora una volta di tornare in patria;
l'invito al riguardo fu definitivamente ritirato dalle autorità di
Pechino. Da allora, a ogni modo, le rivolte dell'etnia tibetana
sono divenute più sporadiche. Del resto, oltre a reprimerle,
le autorità hanno anche cercato di favorire il più possibile,
per modificare la composizione etnica della popolazione locale,
la migrazione verso la regione di cinesi Han, anche grazie a una
linea ferroviaria, inaugurata nel 2006, che collega Pechino a Lhasa.
Il governo tibetano in esilio stima che nella TAR vi siano ormai
circa 6 milioni di tibetani e oltre 7 milioni di persone "importate" da
altre province cinesi, ma Pechino smentisce tale accusa: sostiene
che sono tibetani il 92% degli abitanti della TAR.
In Tibet si affermò una forte struttura imperiale dal 7° secolo;
nel 13esimo secolo l'Impero Tibetano fu annesso da quello Mongolo;
a ciò si appiglia tuttora la Cina per giustificare l'invasione
del '50; la giustificazione è però infondata: i Mongoli
realizzarono l'annessione del Tibet prima di penetrare nell'Impero
Cinese.
La Comunità Internazionale iniziò a occuparsi degli
eventi in Tibet solo dal '59; in seguito l'Assemblea Generale ONU
a più riprese emanò risoluzioni di condanna nei confronti
della Cina, per le violazioni dei diritti umani perpetrate in Tibet
e richiese a Pechino di rispettare i diritti, in particolare culturali
(occorre rammentare che a lungo le autorità di Pechino hanno
vietato l'insegnamento della lingua tibetana e imposto il cinese
come lingua ufficiale della TAR) dei tibetani e il loro diritto
all'autodeterminazione.
Il Dalai Lama, dal canto suo, dal 1987 ha elaborato un piano di
pace, modificando le sue richieste politiche: egli ricerca ora
l'appoggio della Comunità Internazionale non per chiedere
l'indipendenza del Tibet, ma solo una forma di reale autonomia
della TAR e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali
degli appartenenti all'etnia tibetana. Appare disposto a riconoscere
l'autorità di Pechino riguardo alla politica estera tibetana,
ma chiede che il Tibet sia demilitarizzato e che sia rispettata
l'integrità del territorio tibetano sotto l'aspetto ecologico
e si ponga fine ai trasferimenti di popolazioni d'altra etnia verso
l'area tibetana. Chiede anche l'avvio di negoziati per stabilire
il futuro status del Tibet e favorire l'instaurazione di relazioni
fra i popoli cinese e tibetano, ma ciò è divenuto
sempre più difficile a partire dal 1989, allorché Pechino
represse nel sangue la rivolta degli studenti in Piazza Tiananmen
e il Dalai Lama conquistò un risalto internazionale enorme
grazie al fatto che gli fu conferito, proprio in quell'anno, il
Premio Nobel per la Pace.
Giovanni Caputo |