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Diritti umani e Conflitti - 23.02.2007

Il Tibet fu uno stato sovrano dal 1950 occupato dalla Cina
L’impegno del Nobel per la Pace, il Dalai Lama, per il suo paese

Per l'ordinamento cinese il Tibet costituisce, da settembre 1965, una regione autonoma (TAR), con capoluogo Lhasa: vasta (1228400 kmq), comprende un territorio solcato dalla catena montuosa himalayana, incastonato fra Xinjiang (a nordest), Nepal, Bhutan e India; è ripartita in prefetture (Nagqu, Qamdo, Nyinchi, Shannan, Xigazê, Ngar, oltre a Lhasa); è popolata (oltre che da esigui gruppi tribali, come i Lhoba) da due etnie: tibetani e cinesi Han. Vi si pratica tradizionalmente l'allevamento di yak. È, anche a causa del clima, la regione cinese meno produttiva dal punto di vista economico.
Il Tibet fu uno stato sovrano, governato dal Dalai Lama, fino all'autunno 1950, allorché l'Esercito di Liberazione Popolare (PLA) della Cina maoista lo invase. Fu poi istituito, nel '56, il Comitato Preparatorio per l'Istituzione della TAR. In quegli anni si affermò nell'area Mimang Tsongdu, movimento di resistenza popolare non-violenta all'occupazione. Nel '57, inoltre, scoppiò una prima rivolta nel Tibet Orientale e gruppi di guerriglieri inflissero numerose perdite al PLA; allorché la ribellione fu sedata dai militari cinesi, nel marzo '59, il Dalai Lama Tenzin Gyatso fu costretto a lasciare Lhasa e si recò in India per costituirvi il governo tibetano in esilio. Durante la Rivoluzione Culturale, l'attività repressiva attuata in Tibet dalle autorità cinesi condusse all'uccisione di oltre un milione di persone, alla distruzione di oltre 6000 monasteri uddisti e a una selvaggia attività di deforestazione.
Dopo la morte di Mao, il successore Hua Guofeng si rese conto che non era possibile continuare a governare la TAR a quel modo; invitò il Dalai Lama a tornare in Tibet. Gyatso valutò l'invito con grande cautela e optò per rimanere in India. Deng Xiaoping, successore di Hua, inviò in Tibet una Commissione di Valutazione ed elaborò in seguito un piano finalizzato a migliorare le condizioni di vita dei tibetani. Fu consentita una certa misura di libertà nell'iniziativa economica privata e la riapertura di alcuni monasteri uddisti. Nonostante ciò, nel 1983 il Dalai Lama rifiutò ancora una volta di tornare in patria; l'invito al riguardo fu definitivamente ritirato dalle autorità di Pechino. Da allora, a ogni modo, le rivolte dell'etnia tibetana sono divenute più sporadiche. Del resto, oltre a reprimerle, le autorità hanno anche cercato di favorire il più possibile, per modificare la composizione etnica della popolazione locale, la migrazione verso la regione di cinesi Han, anche grazie a una linea ferroviaria, inaugurata nel 2006, che collega Pechino a Lhasa. Il governo tibetano in esilio stima che nella TAR vi siano ormai circa 6 milioni di tibetani e oltre 7 milioni di persone "importate" da altre province cinesi, ma Pechino smentisce tale accusa: sostiene che sono tibetani il 92% degli abitanti della TAR.
In Tibet si affermò una forte struttura imperiale dal 7° secolo; nel 13esimo secolo l'Impero Tibetano fu annesso da quello Mongolo; a ciò si appiglia tuttora la Cina per giustificare l'invasione del '50; la giustificazione è però infondata: i Mongoli realizzarono l'annessione del Tibet prima di penetrare nell'Impero Cinese.
La Comunità Internazionale iniziò a occuparsi degli eventi in Tibet solo dal '59; in seguito l'Assemblea Generale ONU a più riprese emanò risoluzioni di condanna nei confronti della Cina, per le violazioni dei diritti umani perpetrate in Tibet e richiese a Pechino di rispettare i diritti, in particolare culturali (occorre rammentare che a lungo le autorità di Pechino hanno vietato l'insegnamento della lingua tibetana e imposto il cinese come lingua ufficiale della TAR) dei tibetani e il loro diritto all'autodeterminazione.
Il Dalai Lama, dal canto suo, dal 1987 ha elaborato un piano di pace, modificando le sue richieste politiche: egli ricerca ora l'appoggio della Comunità Internazionale non per chiedere l'indipendenza del Tibet, ma solo una forma di reale autonomia della TAR e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli appartenenti all'etnia tibetana. Appare disposto a riconoscere l'autorità di Pechino riguardo alla politica estera tibetana, ma chiede che il Tibet sia demilitarizzato e che sia rispettata l'integrità del territorio tibetano sotto l'aspetto ecologico e si ponga fine ai trasferimenti di popolazioni d'altra etnia verso l'area tibetana. Chiede anche l'avvio di negoziati per stabilire il futuro status del Tibet e favorire l'instaurazione di relazioni fra i popoli cinese e tibetano, ma ciò è divenuto sempre più difficile a partire dal 1989, allorché Pechino represse nel sangue la rivolta degli studenti in Piazza Tiananmen e il Dalai Lama conquistò un risalto internazionale enorme grazie al fatto che gli fu conferito, proprio in quell'anno, il Premio Nobel per la Pace.

Giovanni Caputo


Impronte sociali
Settimanale dell’Associazione Melagrana Onlus – Reg. n. 630 dell’8-11-2004 Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Ce)
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