Una
preziosa risorsa contesa: l’acqua
Si parla di conflitti tradizionali
per ridefinire i confini, di quelli per appropriarsi di oro o
diamanti; inoltre,
di quelli a sfondo etnico, originati soprattutto da lotte avviate
da movimenti di liberazione; infine, di guerre originate da dissidi
religiosi. Tuttavia i conflitti che in futuro saranno preponderanti
riguarderanno risorse molto più preziose e di uso comune:
soprattutto l'acqua. Vandana Shiva, originaria dell'India, ha analizzato
con rigore scientifico le situazioni di conflittualità che
possono prodursi al riguardo.
Il primo rilievo di Vandana Shiva è che l'utilizzo che si
fa attualmente di tale risorsa non è sostenibile: si usa
l'acqua, anche nelle attività più ordinarie, in maniera
eccessiva, in special modo nei Paesi maggiormente industrializzati
e che si reputano più evoluti: non si tiene quasi mai conto
del fatto che occorre tempo prima che una falda acquifera possa
ritornare alla capacità originaria. Aumentano, pertanto,
i casi di prosciugamento di sorgenti e di desertificazione di estesi
territori.
Vandana Shiva rileva anche che grandi compagnie private, che operano
su scala internazionale, premono sempre più per la privatizzazione
della risorsa acqua e del suo utilizzo. Essa può diventare
infatti fonte di notevoli profitti. Anche grandi istituzioni come
Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale favoriscono tale
tendenza: la prima ha finanziato numerosi progetti per la costruzione
di dighe, che "spostano" l'acqua favorendone gli usi
più redditizi. Non sembra importare molto che in tal modo
interi villaggi siano sfrattati e poi inondati da fiumi che, indotti
dalla diga, iniziano a percorrere nuovi alvei o a riversarsi in
invasi artificiali: in Cina, India, Turchia, nonché in Paesi
africani o latinoamericani. Il Fondo, dal canto suo, spesso condiziona
i prestiti che concede ai Paesi in cerca di risanamento economico
all'attuazione di norme sulla privatizzazione della risorsa acqua:
ciò finisce per favorire le multinazionali e per ridurre
spesso alla sete le comunità locali.
Eppure proprio le comunità locali spesso si sono mostrate
ben più sagge: hanno considerato istintivamente l'acqua
come un bene collettivo e fatto in modo che l'intera comunità lavorasse
per garantirne un'equa distribuzione a tutti e per favorirne la
conservazione, con metodi semplici ma efficaci: ad esempio, seminando
colture adatte alla capacità dei terreni di un'area di assorbire
l'acqua. Così, in zone a scarsa piovosità si è piantato
il miglio, meno bisognoso d'innaffiamento; e in zone più umide
il riso. Ciò consente di ridurre la necessità d'irrigazione:
proprio l'irrigazione, rammenta Vandana Shiva, è la causa
principale del consumo idrico a qualunque latitudine. Inoltre,
nell'India coloniale i sapienti locali avevano dotato i villaggi
di numerosissime cisterne tra loro comunicanti: ciò risultava
molto più idoneo a favorire il riformarsi delle riserve
sotterranee rispetto ai pozzi scavati su ordine di ingegneri britannici,
che giungevano nella colonia e si premuravano di reperire acqua
sufficiente per le estese coltivazioni, ma non altrettanto di provvedere
alla conservazione della risorsa idrica.
Pur se condita da alcune considerazioni alquanto ideologiche, anche
l'analisi dei veri e propri conflitti armati (e delle vicende seguite
un po' ovunque all'edificazione di enormi dighe) non manca di scientificità da
parte di Vandana Shiva. Ella parte dal considerare il primo grande
esempio: la Hoover Dam, costruita negli Stati Uniti, sul fiume
Colorado. Completata nel 1935, tale diga è alta ben 220
metri e ha comportato l'utilizzo di ben 66 milioni di tonnellate
di cemento. Le comunità di nativi, che da secoli abitavano
il territorio, furono escluse totalmente dalla decisione; anche
il Bureau of Indian Affairs, ufficio pubblico istituito a Washington
proprio allo scopo di curare gli interessi dei "pellerossa",
si disinteressò totalmente di loro nell'occasione.
Vandana Shiva ricorda anche che in larga misura il conflitto israelo-palestinese è una
guerra per l'acqua: in particolare, le acque del fiume Giordano
suscitano l'interesse di Israele e Cisgiordania, ma anche di Giordania
e Siria. Pur se appena il 3% del bacino del Giordano è situato
in territorio israeliano, con le acque di tale fiume Israele provvede
al soddisfacimento dei tre quinti del proprio fabbisogno idrico.
Vandana Shiva rammenta addirittura un caso di conflitto interno,
tra due stati federati indiani, il Tamil Nadu e il Karnataka: tumulti
violenti e spargimenti di sangue hanno avuto luogo in entrambi
gli stati fino ad anni recenti, nella contesa per la disponibilità dell'acqua
del fiume Kaveri. Davvero un enorme paradosso per l'India, il Paese
nel quale da millenni il fiume Gange è sacro e venerato
come "divinità madre della vita".
Giovanni Caputo |